NON TI CONOSCO E TU NON CONOSCI ME. LETTERA A MIA MADRE DI GEORGES SIMENON
GEORGES SIMENON
12 febbraio 2019

“A 19 anni  ti ho lasciata, sono partito per Parigi, eri ancora un’estranea, per me”. Così scrive Georges Simenon, il grande autore belga nato a Liegi 13 febbraio 1903, ormai anziano, alla madre novantunenne, ricoverata in ospedale. È Lettera a mia madre (Adelphi). Sono un centinaio di pagine che Simenon ha sentito l’urgenza di scrivere tre anni e mezzo dopo la sua scomparsa, scaturite dal bisogno e desiderio di conoscerla, di mettere insieme fatti ed emozioni che la riguardano.

Perché sei venuto Georges? Così gli si rivolge la donna, una domanda pesante che gli rammenta subito la scarsità dei loro incontri. La madre sembra sorpresa, non se l’aspettava. Tra i due molti e lunghi sono i silenzi, è un duello immobile tra madre e figlio, del quale oggi vi riportiamo un estratto.

Ed ecco che ora, dopo tanti anni, vecchi tutti e due, ci ritroviamo faccia a faccia in quest’ospedale, con questi personaggi di cera intorno a noi. Esistono tre miliardi di uomini sulla terra. Non so la cifra esatta. Sono allergico alle statistiche, alle cifre in generale. Quanti uomini sono vissuti, dalla preistoria sino ad oggi? Nessuno lo sa. Si può tuttavia supporre che, come oggi, si siano sempre combattuti tra loro, si siano uccisi, abbiano dovuto lottare contro i loro vicini, contro i grandi cataclismi naturali, contro le epidemie. E tuttavia non hanno mai smesso di porsi una domanda:  “Che cos’è l’uomo? Chi è il mio vicino? Oggi l’etnografia cerca le tracce degli uomini di un tempo, i nostri antenati: la biologia, nei laboratori di tutto il mondo, si sforza di conoscere l’uomo attuale. Però non conosciamo le persone della porta accanto, quelle che incrociamo tutti i giorni per la strada, al cui fianco lavoriamoMadre, siamo noi due qui a guardarci. Tu mi hai messo al mondo, io sono uscito dal tuo ventre, m’hai dato il primo latte, tuttavia non ti conosco, come tu non conosci me. In questa stanza d’ospedale, siamo due stranieri che non parlano la stessa lingua, e che diffidano l’uno dell’altro. È per cancellare l’idea falsa che ho potuto farmi di te, per penetrare nella verità del tuo essere, per amarti che riunisco briciole di ricordi, che rifletto.