LA PENULTIMA POESIA DI AMELIA ROSSELLI
amelia rosselli
11 febbraio 2019

È mattina a Roma, è il 1979, e Amelia Rosselli, poeta, è alle prese con questo mio muro d’un più alto silenzio. È da molto tempo che non scrive, ma all’improvviso, come una pièce musicale, le viene in mente un ritmo che traduce di getto in poesia. Così nasce Impromptu, che vi vogliamo proporre oggi, anniversario della morte di questa donna straordinaria, unica poetessa inclusa nell’Antologia di Mengaldo, Poeti Italiani del 1900, dalla vita incredibilmente spezzata. Era l’11 febbraio 1996 quando, in un’altra mattina, scelse di sistemare una sedia sul bordo della finestra e di lasciarsi cadere giù, all’età di 66 anni. Se passate per via del Corallo – è una via centrale, vicina a Piazza Navona – al numero 25, e guardate in alto, vedrete affissa sul muro una lapide in sua memoria.

Impromptu è come un soffio attraversato di rabbia, la rabbia di quegli Anni Settanta che Amelia ha vissuto e che le hanno lasciato come scalfitture sulla pelle. Sono anni di lotte e di insostituibili silenzi. È un poemetto abitato dall’urgenza di esprimersi del poeta, i versi che lo compongono sono ipnotici, dal ritmo sincopato e sinuoso, sono versi brevi e mobili, leggeri e rapidi, che liberano e si liberano, scritti mescolando le lingue che appartengono ad Amelia Rosselli: l’italiano di suo padre, l’inglese di sua madre, il francese della sua infanzia a Parigi. Impromptu ricapitola il suo percorso poetico, assomiglia a un testamento spirituale.

Qui potete ascoltarlo letto dalla voce particolarissima di Amelia Rosselli:

Ecco qui un estratto del poemetto:

Il borghese non sono io
che tralappio d’un giorno all’
altro coprendomi d’un sudore
tutto concimato, deciso, coinciso
da me, non altri, – o se soltanto

d’altri sono il clown faunesco
allora ingiungo all’alt, quella
terribile sera che non vi
fu epidemia ma soltanto un
resto delle mie ossa che
si rifiutavano di seccarsi
al sole.

Non v’è sole che non sia
lumière, (e il francese è
un par terre) quando cangiando
viste, cangiasti forme, anche
nel tuo nostalgico procedere
verso un’impenetrabile morte.

Nel verso impenetravi
la tua notte, di soli e luci
per nulla naturali, quando

l’elettrico ballo non più
compaesano distingueva tra
chi era fermo, e chi non
lo era. Difendo i lavoratori
difendo il loro pane a denti
stretti caccio il cane da

questa mia mansarda piena
d’impenetrabili libri buoni

per una vendemmia che sarà
tutta la ultima opera vostra

se non mi salvate da queste
strette, stretta la misura
combatte il soldo e non v’è

sole ch’appartenga al popolo! 

()

Questa notte con spavaldo desiderio
scesi per le praterie d’un lungo fiume
impermeato d’antiche abitudini
ch’al dunque ad un segnale indicavano

melma, e fiato. Solo sporcizia
sì, vidi dall’ultimo ponte, dubitando
d’una mia vita ancora rimasta al
sole, non per l’arrosto ma

per il fuoco è buona: se a tutti divenne
già prima ch’io nascessi – indifferente

la mia buona o cattiva sorte, dall’altr’angolo
che non da questa visione crematorizzata

dalla mia e vostra vita terrorizzata
se resistere dipende dal cuore
piuttosto dalle sottane s’arrota
la Mistinguette, la vita sberciata

per un attimo ancora, se sesso
è così rotativo da apparire poi

vano a questo recitativo che mi
faceva passare per pazza quando
arroteandomi dietro ad ogni scrivania

sorvegliavo i vostri desideri d’essere
lontani dalla mia, rotativa nella
notte specchiata nel lucido del

vetro che copre le vostre indifferenze
alla mia stralunante morte.

 
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