RIVOLUZIONE. UNA POESIA DI DANILO DOLCI
danilo dolci
02 ottobre 2018

Danilo Dolci nacque a Sesana, provincia di Trieste, e ventisette anni si trasferì tra Palermo e Trapani, uno dei territori più poveri e dimenticati d’Italia, in un paese poverissimo di pescatori e contadini: voleva partecipare in prima persona alla rinascita del Meridione.

Nello stesso anno, nel 1952, cominciò il primo dei suoi molti digiuni, sul letto di un bambino morto per denutrizione, interrotto solo dalla promessa delle autorità di un impegno e interventi urgenti – Dolci rimase otto giorni senza mangiare nella casa dei genitori del piccolo, Mimmo e Giustina.

Si fece conoscere con Banditi a Partinico (Editori Laterza) esito di anni di lavoro intenso e contestazioni pacifiche, di digiuni e scioperi, come quello sulla spiaggia di Cataldo contro la pesca fuorilegge, e il carcere per aver difeso i disoccupati con uno sciopero alla rovescia – i persone senza lavoro sistemarono una trazzera abbandonata. Negli Anni Sessanta, Dolci denunciò pubblicamente i rapporti tra mafia e politica locale, guidò la marcia di 200 km “per un Mondo Nuovo”, per chiedere diritti e lavoro.

Negli anni Ottanta crea il Centro per lo sviluppo creativo, per concentrarsi sulla sperimentazione educativa e comunicativa. Ma non solo, perché Danilo Dolci scrisse anche poesie e testi, come Racconti siciliani, Inchiesta a Palermo, Conversazioni contadine e Poema umano, dal quale è tratta la poesia che vi proponiamo oggi. Pubblicata da Einaudi nel 1974, ora è disponibile presso Mesogea, è un libro in cui Dolci dà «forma unitaria a una materia unitaria»: i versi che ha scritto dal suo arrivo in Sicilia e che sono spesso stati occasione di confronto tra quanti partecipavano alle attività che animava verso un mondo nuovo.

Chi si spaventa quando sente dire
“rivoluzione”
forse non ha capito.

Non è rivoluzione
tirare una sassata in testa a uno sbirro,
sputare addosso a un poveraccio
che ha messo una divisa non sapendo
come mangiare;
non è incendiare il municipio
o le carte in catasto
per andare da stupidi in galera
riforzando il nemico di pretesti.

Quando ci si agita per giungere
al potere e non si arriva
non è rivoluzione, si è mancata;
se si giunge al potere e la sostanza
dei rapporti rimane come prima,
rivoluzione tradita.

Rivoluzione è distinguere il buono
già vivente, sapendolo godere
sani, senza rimorsi,
amore, riconoscersi con gioia.

Rivoluzione è curare il curabile
profondamente e presto,
è rendere ciascuno responsabile.

Rivoluzione
è incontrarsi con sapiente sapienza
assumendo rapporti essenziali
tra terra, cielo e uomini: ostie sì,
quando necessita, sfruttati no,
i dispersi atomi umani divengano
nuovi organismi e lottino nettando
via ogni marcio, ogni mafia.

 
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