I RICORDI SECONDO IL GRANDE OLIVER SACKS
oliver sacks
09 luglio 2018

Nel 1993, in prossimità del mio sessantesimo compleanno, cominciai a sperimentare un fenomeno curioso: l’emergere nella mente – spontaneo e non sollecitato – di ricordi remotissimi, rimasti dormienti per più di cinquant’anni. E non meri ricordi, ma anche le disposizioni d’animo, i pensieri, le atmosfere e le passioni associate ad essi: soprattutto i ricordi della mia infanzia a Londra, prima della seconda guerra mondiale.

Siamo a pagina 93 di Il fiume della coscienza (Adelphi, trad. Isabella C. Blum) di Oliver Sackstra le menti più brillanti delle neuroscienze nell’ultimo secolo, che nasceva oggi, 9 luglio 1933 a Londra. Giovane neurologo nei primi anni ‘60 in California, poi a New York, diventa l’uomo le cui scoperte hanno affascinato i lettori, anche i meno esperti. Il movimento, il non fermarsi mai a una definizione chiusa, l’ha reso un uomo complesso, medico e naturalista al tempo stesso, interessato in pari misura alle malattie e alle persone, teorico e drammaturgo, attratto dall’aspetto romanzesco e da quello scientifico della malattia, come lui stesso si è definito.

Il fiume della coscienza, opera rimasta sulla scrivania di Oliver Sacks fino a due settimane prima della morte, è una raccolta di scritti che ci offre la sintesi di tutte le sue tensioni conoscitive nell’ampio ventaglio di discipline che si intersecano con la neurologia: botanica e anatomia animale, chimica e storia della scienza, filosofia e psicologia – senza dimenticare la passione letteraria.

In particolare, nell’estratto che abbiamo scelto per voi, intitolato La fallibilità della memoria, Oliver Sacks racconta, fornendo esempi, di un fenomeno bizzarro: l’affiorare nella sua memoria di ricordi che lui, in realtà, non ha vissuto in prima persona. Continua così:

(…) Accettavo come inevitabile l’aver dimenticato o perduto moltissimo; tuttavia davo per scontato che i ricordi rimasti – soprattutto quelli molto intensi, concreti e circostanziati – fossero essenzialmente validi e attendibili, e fu uno shock quando scoprii che invece alcuni di essi non lo erano affatto. Un esempio lampante (…): Una notte, una bomba di mezza tonnellata cadde nel giardino vicino, fortunatamente senza eplodere (…). Qualche mese dopo la pubblicazione del libro, parlai di questi episodi con mio fratello Michael (…), mio fratello confermò immediatamente il primo episodio “Me lo ricordo esattamente come lo hai descritto tu”. Riguardo al secondo bombardamento, però, disse: “Tu non l’hai visto. Non c’eri”.

Come esseri umani, ci tocca una memoria fallibile, fragile e imperfetta – ma dotata anche di grandissima flessibilità e creatività. La confusione a proposito delle fonti, o l’indifferenza verso di esse, può essere un paradossale punto di forza: se potessimo identificare l’origine di tutta la nostra conoscenza, saremmo sopraffatti da informazioni spesso irrilevanti. Il disinteresse per le fonti ci consente di assimilare quello che leggiamo, quello che ci viene raccontato, quello che altri dicono, pensano, scrivono e dipingono, con la stessa intensità e ricchezza di un’esperienza primaria. Questo ci permette di vedere e sentire con altri occhi e altre orecchie, di entrare in menti altrui, di assimilare l’arte, la scienza e la religione attingendo alla cultura nella sua totalità, di penetrare e contribuire alla mente collettiva, al commonwealth della conoscenza.  La memoria non emerge soltanto dall’esperienza, ma anche dal rapporto tra molte menti.

 

 
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