IL POETA DICE LA VERITÀ, PAROLA A FEDERICO GARCÍA LORCA
04 giugno 2018

Federico García Lorca è nato a Fuente Vaqueros il 5 giugno 1898 e morto ammazzato dalle pallottole della soldataglia di Francisco Franco il 19 agosto del ’36, a Víznar (e delle leggende che ne seguirono). È stato un bambino prodigio che ha rivelato una grande passione per il teatro di marionette, è stato un ragazzo che già nel 1917 ha fatto visita a Miguel de Unamuno, a Antonio Machado e a Manuel de Falla. E che poi l’anno seguente ha pubblicato Impressioni e paesaggi. Lorca è stato un giovane bellissimo seduto al pianoforte e si è formato presso la Residencia de Estudiantes di Madrid, accanto ai più grandi intellettuali dell’epoca. È stato anche amico dei surrealisti Salvador Dalí e Luis Buñuel e creatore di alcune delle più belle e rappresentate pièces teatrali del Novecento, come Nozze di sangue o La casa di Bernarda Alba, in cui sapientemente fonde tradizione classica e tradizione popolare. Lorca ha scritto tante poesie d’amore, e sull’amore, soprattutto, ha studiato il folclore andaluso, del mondo e della musica gitana, ha scritto il grido conosciutissimo e universale come il Lamento per Ignacio Sánchez Mejías. E Lorca, ancora, da giovane, il 25 giugno 1929 è sceso dal transatlantico Olympic a New York e da quell’esperienza – statunitense e cubana – ha tratto ispirazione per un capolavoro come Poeta a New York

Oggi la lettura è Il poeta dice la verità, da Sonetti dell’amore oscuro (Einaudi, 2006), raccolta di undici sonetti scritti tra il 1935 e il 1936, dunque a ridosso della tragica scomparsa dello scrittore. Solo però a distanza di quasi cinquant’anni da quella morte vennero alla luce, e in questo incredibile ritardo si deve probabilmente ravvisare anche il desiderio di tenere celato il carattere omosessuale di questi componimenti, che peraltro non esauriscono il corpus sonettistico lasciato dal grande poeta spagnolo: ventitré sono infatti i sonetti scritti da Lorca, dei quali soltanto due pubblicati con l’autore ancora in vita.

Voglio piangere il mio tormento,
e te lo dico perché tu mi ami
e mi pianga in un imbrunire d’usignoli,
con un pugnale, con baci e con te.

Voglio uccidere il solo testimone
dell’assassinio dei miei fiori
e tramutare il pianto e i sudori miei
in eterno covone di duro grano.

Mai non possa esaurirsi la matassa
del «ti amo, mi ami», accesa sempre
con sole decrepito e luna vecchia.

Ciò che non mi darai e io non ti chiederò
sarà per la morte, che neppure lascia
sulla carne fremente un’ombra.