PRENDERSI L’ABITUDINE ALLA LIBERTÀ: PAROLA A VIRGINIA WOOLF
20 maggio 2018

Una stanza tutta per sé è servito a molte ragazze, di ieri e di oggi, alle donne di ieri e di oggi. E serve ancora leggerlo. Raccoglie i testi letti da Virginia Woolf durate una conferenza ed è stato pubblicato nel 1929 e racconta una rivincita auspicata, desiderata, voluta, con i potenti strumenti della satira e dell’immaginazione.

Che cosa avrebbe fatto la sorella di Shakespeare nella vita? Ecco la domanda da cui comincia Virginia Woolf in queste pagine. Come se la sarebbe cavata nella Londra elisabettiana? Povertà, gravidanze indesiderate, priva di indipendenza giuridica ed economica: la vita creativa della sorella di Shakespeare sarebbe stata consumata dall’educazione dei figli e da un lavoro usurante.

È un saggio di brillante intelligenza è Una stanza tutta per séChe brucia però, sotto la superficie delle sue imperturbabili pagine, di rabbia. E brucia perché ciò che vuole la scrittrice è l’indipendenza delle donne, il suo è un invito alla riflessione e una proposta innovativa e coraggiosa. Critica acuta dei suoi tempi, Virginia Woolf sfida il sistema patriarcale vigente, che permette all’uomo di scegliere in piena libertà come vivere e alla donna di impegnarsi a sostenerlo, appoggiando l’impresa del maschio, invece di decidere il proprio percorso in autonomia:

L’essermi immersa in tanti giornali e romanzi e biografie mi fa ricordare di nuovo che quando una donna parla ad altre donne, questa deve cercare di avere in serbo qualcosa di molto spiacevole. Perché le donne sono dure con le donne. Le donne non amano le donne. Le donne – ma non ne avete piene le tasche di questa parola? – vi garantisco che io sì. Stabiliamo allora che una conferenza letta da una donna ad altre donne debba concludersi con qualcosa di particolarmente sgradevole. Ma che cosa può essere? Che cosa potrei escogitare? La verità è che spesso le donne mi piacciono. Mi piace il loro anticonformismo. Mi piace quel loro essere così complete. Quel loro essere anonime.

Ora, è mia convinzione che questa poetessa (la sorella di Shakespeare) che non scrisse mai una parola e fu seppellita nei pressi di un incrocio, è ancora viva. Vive in voi, e in me, e in molte altre donne che non sono qui stasera perché stanno lavando i piatti e mettendo a letto a bambini. Eppure lei è viva. Perché i grandi poeti non muoiono; essi sono presenze che rimangono; hanno bisogno di un’opportunità per tornare in mezzo a noi in carne e ossa. E offrirle questa opportunità, a me sembra, comincia a dipendere da voi. Poiché io credo che se vivremo ancora un altro secolo – e mi riferisco qui alla vita comune, che è poi la vita vera e non alle piccole vite isolate che viviamo come individui – e se riusciremo, ciascuna di noi, ad avere cinquecento sterline l’anno e una stanza tutta per sé; se prenderemo l’abitudine alla libertà e il coraggio di scrivere esattamente ciò che pensiamo; se ci allontaneremo un poco dalla stanza di soggiorno comune e guarderemo gli esseri umani non sempre in rapporto l’uno all’altro ma in rapporto alla realtà; e così pure il cielo, e gli alberi, o qualunque altra cosa, allo stesso modo; se guarderemo oltre lo spauracchio di Milton, perché nessun essere umano deve precluderci la visuale; se guarderemo in faccia il fatto – perché è un fatto – che non c’è neanche un braccio al quale appoggiarci ma che dobbiamo camminare da sole e dobbiamo entrare in rapporto con il mondo della realtà e non soltanto con il mondo degli uomini e delle donne, allora si presenterà l’opportunità, e quella poetessa morta, che era sorella di Shakespeare, riprenderà quel corpo che tante volte ha dovuto abbandonare.

 
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