TU NON SAI LE COLLINE. LIBRI DA LEGGERE E DA RILEGGERE, BUON 25 APRILE
staffetta partigiana
24 aprile 2018

Il 25 aprile 1945 è il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a alle forze partigiane attive nel Nord Italia facenti parte del Corpo Volontari della Libertà di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa, giorni prima dell’arrivo delle truppe alleate. È l’Anniversario della liberazione del nostro paese. E i giorni che vennero prima sono stati raccontati da molti scrittori, e quei romanzi sono ormai classici, libri da leggere e da rileggere. Ve ne elenchiamo qualcuno, di libri usciti dopo la guerra, o oggi, saggi, romanzi e biografie, sono i nostri preferiti, ma lista è lunghissima, aggiungi i tuoi.

1. La casa in collina di Cesare Pavese 
«Io non credo che possa finire. Ora che ho visto cos’è guerra, cos’è civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: “E dei caduti cosa facciamo?, perché sono morti?” Io non saprei cosa rispondere. Non adesso almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero». La storia di una solitudine individuale di fronte all’impegno civile e storico; la contraddizione da risolvere tra vita in campagna e vita in città, nel caos della guerra; il superamento dell’egoismo attraverso la scoperta che ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione.

la casa in collina pavese

2. Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio
«E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina, guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l’importante: che ne restasse sempre uno. Scattò il capo e acuì lo sguardo come a vedere più lontano e più profondo, la brama della città e la repugnanza delle colline l’afferrarono insieme e insieme lo squassarono, ma era come radicato per i piedi alle colline. – I’ll go on to the end. I’ll never give up». Johnny, la Resistenza e le Langhe sono i tre protagonisti a pari titolo di questo romanzo, trovato tra le carte di Fenoglio dopo la morte. Cronaca della guerra partigiana, epopea antieroica in cui l’autore proietta la propria esperienza in una visione drammatica, Il partigiano Johnny rivela un significato umano che va ben aldilà di quello storico-politico.

 Il partigiano Johnny

3. La Resistenza perfetta di Giovanni De Luna
«Lo so; questa perfezione oggi può sembrare anacronistica, oppure la replica dolciastra di certi stereotipi. Eppure la ‘Resistenza perfetta’ è proprio quella che emerge dai documenti, dalle testimonianze, dalla realtà di una ricerca d’archivio condotta senza pregiudizi e tesi precostituite, dai ricordi di un’intera comunità che questo libro chiama a raccontarsi in prima persona. E la ‘Resistenza perfetta’ la si vede realizzata direttamente nelle esperienze esistenziali degli uomini e delle donne che la vissero e la costruirono». Il rischio è che ci dimentichiamo, e le giovani generazioni non sappiano mai, quanto di nobile, puro e davvero all’altezza del suo mito c’è stato nella lotta partigiana.

La Resistenza perfetta 

4. L’Agnese va a morire di Renata Viganò
«Però era contento di essere venuto, gli pareva di aver fatto una cosa bella, doverosa, improrogabile. Nella vita partigiana, che si governava con leggi proprie, dettate da un personale bisogno di onore, di fede, di pulizia morale, di ordine intimo, guai se non fosse esistita quella volontaria forma di giustizia, anche in quello che sembrava di scarsa importanza.(…) Non c’erano ricompense, né premi, né promesse per l’avvenire, né suono di frasi retoriche. Bastava una parola (…). Per questa parola pronunciata dal Comandante riguardo all’Agnese, Clinto aveva percorso chilometri». È una delle opere letterarie più limpide e convincenti che siano uscite dall’esperienza storica della Resistenza. Tutto è sorretto e animato da un’unica volontà, da un’unica presenza, da un unico personaggio. Si ha la sensazione che le Valli di comacchio, la Romagna, la guerra lontana a poco a poco si riempiano della presenza grande, titanica di questa donna. Come se tedeschi e alleati fossero presenze sfocate di un dramma fuori dal tempo e tutto si compisse all’interno di Agnese.

L'Agnese va a morire di Renata Viganò 

5. Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana
(8 settembre 1943 – 25 aprile 1945)
«Carissimi genitori, parenti e amici tutti, devo comunicarvi una brutta notizia. Io e Candido, tutt’e due, siamo stati condannati a morte. Fatevi coraggio, noi siamo innocenti. Ci hanno condannati solo perché siamo partigiani. Io sono sempre vicino a voi».Centododici partigiani vengono catturati dai tedeschi o dai fascisti e già sanno che saranno giustiziati dal plotone d’esecuzione o uccisi dalle torture. Scrivono ai familiari, alla madre, alla moglie, alla fidanzata, ai compagni di studio, di lavoro, di vita. Appartengono alle realtà sociali e culturali piú diverse. Tutti vivono, per la prima e l’ultima volta, l’atroce esperienza di «un tempo breve eppure spaventosamente lungo, in cui si toglie all’uomo il suo piú intimo bene, la speranza», e in cui sono costretti, in preda allo smarrimento e all’angoscia, a «dare ordine» al proprio destino e al proprio animo.

. Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana

 

 

 
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