CREDO CHE IN POCHI SIANO TORTURATI COME ME DALLO SCRIVERE. VIRGINIA WOOLF E LA SCRITTURA
virginia woolf
18 aprile 2018

«Continuerò ad azzardare, a cambiare, ad aprire la mente e gli occhi, rifiutando di lasciarmi incasellare e stereotipare – ha scritto Virginia Woolf. – Ciò che conta è liberare il proprio io: lasciare che trovi le sue dimensioni, che non abbia vincoli. L’arte è libertà da ogni predicazione, le cose in se stesse, la frase bella in se stessa; mari sconfinati; narcisi selvatici che appaiono prima che la rondine osi».

Nel Diario di una scrittrice (minimum fax, trad. Giuliana De Carlo), si possono rintracciare i pensieri della grande scrittrice riguardo al proprio mestiere, scrivere. Diceva Bukowski che sono i cattivi scrittori ad avere fiducia in se stessi, quelli bravi invece, sono pieni di dubbi. E infatti l’insicurezza è assai familiare a chi scrive, e porta a giudicarsi di continuo quello che si fa. E anche Virginia Woolf parla di questo sentimento che fa traballare, necessario ma talvolta spaventoso. Eppure…

«Che fonte inesauribile di piacere sono i libri per me!
Credo che potrei vivere qui beatamente, leggendo in eterno. È facile ripromettersi di prendere appunti, ma scrivere è un’arte difficilissima. Bisogna scegliere continuamente.

Quando scrivo a pieno ritmo vorrei soltanto passeggiare e avere una vita infantile e assolutamente spontanea. La necessità di comportarmi in maniera accorta e ragionata con gli estranei mi strappa in un’altra sfera. Non scrivo con gusto o con piacere, perché devo concentrarmi troppo. Non mi viene filato, naturale, ma lo metto giù faticosamente, frase per frase… Con molto sforzo scrivo due parole completamente assurde: scrivo varianti di ogni frase, compromessi, tentativi falliti, possibilità, finché il mio quaderno sembra l’incubo di un pazzo. Se il mio cervello, distratto da un’ansia o da altra causa, deve distogliersi dalla carta bianca, è come un bimbo sperduto, che gira per casa e siede a piangere sull’ultimo gradino. Il lavoro deve nascere da un sentimento profondo, diceva Dostoevskij. È il mio caso questo? O mi limito a inventare con le parole, amandole come le amo?

Credo che pochi siano torturati come me dallo scrivere.

Il mio cervello è come una bilancia di precisione: basta un granello a farlo precipitare. Questo insaziabile desiderio di scrivere qualcosa prima di morire, questo senso divorante della febbrile fugacità della vita, che mi fa avvinghiare, come un uomo a una roccia, alla mia sola àncora.

Dovrei tendere a un’ampiezza e a un’intensità immense.

Provo un’impressione stranissima, ora, come se fossimo tutti coinvolti in qualche enorme operazione: la sensazione dello splendore di questa impresa – la vita: la capacità di morire: un’immensità che mi circonda. No – non riesco a esprimerla – lascerò che maturi in “un romanzo”, senza dubbio».