LA MISURA DELLA NOSTRA VITA. TONI MORRISON
26 marzo 2018

gnLa meravigliosa scrittrice afroamericana Toni Morrison ha vinto il Premio Nobel per la letteratura nel 1993. Ha dato voce soprattutto alle donne oppresse per secoli. Nata in Ohio da una famiglia nera di operai originaria dell’Alabama, racconta nei suoi romanzi della perdita dell’identità degli afroamericani. È autrice di romanzi che sono ormai pietre miliari della letteratura americana, tutti pubblicati in Italia da Frassinelli: L’occhio più azzurro, Sula, L’isola delle illusioni, Canto di Salomone – che nel 1978 ha ottenuto il National Book Critics Circle Award – Jazz, Amatissima – vincitore del Premio Pulitzer nel 1988 -, Paradiso, il saggio Giochi al buio, Amore, Il dono. Nel 2012 il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama le ha consegnato la Medal of Freedom.

Ecco il discorso di Toni Morrison, durante l’assegnazione del Nobel.

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«C’era una volta una vecchia. Cieca, ma saggia». O era un vecchio? Forse un guru. O un griot che ha il compito di calmare i bambini irrequieti. Ho sentito questa storia, o proprio una come questa, nella tradizione di diverse culture.

«C’era una volta una vecchia. Cieca. Saggia. Nella versione che io conosco la donna è la glia di schiavi, neri, americani, e vive sola in una piccola casa fuori città. La sua reputazione per saggezza è senza pari e fuori questione. Fra la sua gente è la legge e la sua trasgressione. L’onore e il timore reverenziale in cui è tenuta vanno oltre il vicinato, no a luoghi molto distanti; no alla città dove l’intelligenza dei profeti rurali è la fonte di un grande divertimento.

Un giorno la donna riceve la visita di alcuni giovani intenzionati a dimostrare falsa la sua chiaroveggenza e mostrare la frode quale essi credono che ella sia. Il loro piano è semplice; essi entrano nella casa e le fanno una domanda la cui risposta si basa sulla differenza fra lei e loro, una differenza che essi considerano una grave invalidità: la sua cecità. Essi stanno dritti davanti a lei, e uno di loro dice: «Vecchia, io tengo in mano un uccello. Dimmi se è vivo o morto.»

Ella non risponde, e la domanda viene ripetuta. «L’uccello che ho in mano è vivo o morto?»

Ella non risponde ancora. È cieca e non può vedere i suoi visitatori, tantomeno ciò che hanno in mano. Non sa il loro colore, genere o provenienza. Sa solo il motivo per cui sono venuti.

Il silenzio della vecchia donna è così lungo che i giovani fanno fatica a trattenersi dal ridere.

Finalmente ella parla e la sua voce è dolce ma sicura. «Io non so», dice. «Non so se l’uccello è morto o vivo, ma so che è nelle vostre mani. È nelle vostre mani».

La sua risposta può significare: se è morto, o l’avete trovato così, o l’avete ucciso. Se è vivo, voi potete ancora ucciderlo. Se rimane vivo è per una vostra decisione. In ogni caso questa è vostra responsabilità.

Per essersi pavoneggiati del loro potere e dell’impotenza di lei, i giovani visitatori vengono rimproverati, e vengono accusati di essere responsabili non solo dell’atto di scherno, ma anche del piccolo gruzzolo di vita sacri cato per raggiungere il suo scopo. La donna cieca sposta l’attenzione dalle rivendicazioni di potere allo strumento attraverso il quale quel potere viene esercitato.

La meditazione su ciò che (oltre che il suo fragile corpo) quell’uccello nella mano poteva significare ha sempre esercitato un’attrazione su di me, ma soprattutto pensandoci ora, a come sono stata, e al lavoro che faccio e che mi ha portato a questa compagnia. Così scelgo di leggere l’uccello come il linguaggio e la donna come uno scrittore in attività. Ella è preoccupata per come il linguaggio nel quale sogna, che le è stato dato alla nascita, è manipolato, utilizzato, per- no sottrattole per determinati propositi scellerati. Essendo una scrittrice pensa che il linguaggio sia in parte come un sistema, in parte come una cosa vivente sulla quale si ha il controllo, ma soprattutto come un’azione – come un atto che porta a delle conseguenze. Così la domanda che i ragazzi le fanno: «È vivo o morto?» non è una domanda impossibile, perché ella pensa che la lingua sia suscettibile di morire, di essere cancellata; certamente di essere messa in pericolo, e di essere salvabile solo con uno sforzo di volontà. Ella crede che se l’uccello nelle mani dei ragazzi che sono venuti a visitarla è morto, coloro che lo hanno in mano ne sono responsabili. Per lei una lingua morta non è solo una lingua non più parlata o scritta, ma è una lingua nella quale la rigidità del contenuto ne desidera la sua stessa paralisi. Come la lingua statale, censurata e censurante. Spietata nei suoi doveri in funzione poliziesca, non ha nessun desiderio o proposito che non sia quello di conservare libero il campo del suo narcisismo narcotizzante, la sua propria esclusività e il suo proprio dominio. Anche se è moribonda, tuttavia non è senza effetto perché essa attivamente inibisce l’intelletto, spegne la coscienza, sopprime il potenziale umano. Non essendo aperta ad alcuna sorta di dubbio, non può formare né tollerare nuove idee, dare vita ad altri pensieri, raccontare un’altra storia, riempire sconcertanti silenzi. La lingua ufficiale costruita per sancire l’ignoranza e conservare il privilegio è una corazza lucidata per colpire col suo luccichio, un involucro dal quale il cavaliere se n’è uscito da molto tempo. Eppure c’è: stupida, predatoria, sdolcinata. E suscita il rispetto negli scolari, fornisce riparo per i despoti, evoca false memorie di stabilità, armonia fra la gente.

Ella è convinta che quando la lingua muore, per trascuratezza, disuso, indifferenza e assenza di considerazione, o uccisa per decreto, non solo lei stessa, ma tutti coloro che la usano e la costruiscono sono responsabili per il suo decesso. Nel suo paese i ragazzi si sono morsi la lingua e usano proiettili invece di ripetere i suoni dell’inesprimibilità, del linguaggio disabile e invalidante, del linguaggio che gli adulti hanno abbandonato completamente come mezzo per afferrare il significato, fornire una guida o esprimere amore. Ma ella sa che il suicidio della lingua non è solo la scelta dei bambini. È comune fra le teste infantili dello stato e i mercanti di potere il cui linguaggio espulso li lascia senza più accesso a quello che è rimasto dei loro istinti umani af nché possano parlare solo a quelli cui devono obbedire o per costringere all’obbedienza.

Il sistematico saccheggio del linguaggio può essere riconosciuto nella tendenza di coloro che lo usano facendo a meno delle sue proprietà maieutiche come le sfumature, la complessità, per minaccia e assoggettamento. Il linguaggio oppressivo fa qualcosa di più che rappresentare la violenza; è la violenza; fa qualcosa di più che rappresentare i limiti della conoscenza; limita la conoscenza. Se è il linguaggio che offusca lo stato o il falso linguaggio dei media stupidi; se è l’orgoglioso ma imbalsamato linguaggio dell’accademia o il comodo linguaggio della scienza; se è il linguaggio maligno della legge senza etica, o il linguaggio fatto apposta per discriminare le minoranze, nascondere il suo razzistico saccheggio nella sua sfrontatezza letteraria – esso deve essere ri utato, modi cato e palesato. È il linguaggio che beve sangue, che piega le vul- nerabilità, che nasconde i suoi stivali fascisti sotto crinoline di rispettabilità e patriottismo e si muove in fretta e furia verso la linea inferiore e verso le menti inferiori. Linguaggio sessista, linguaggio razzista, linguaggio teistico – tutti sono linguaggi tipici della politica del dominio, e non possono, non permettono nuove conoscenze né incoraggiano il mutuo scambio di idee.

La vecchia è vivamente consapevole che nessun intellettuale mercenario, né insaziabile dittatore, né politico pagato o demagogo; nessun falso giornalista sarebbe persuaso dai suoi pen- sieri. C’è e ci sarà uno stimolante linguaggio per tenere i cittadini armati e in armi; massacrati e massacranti nei supermercati, nei tribunali, uf ci postali, nei parchi, nelle camere da letto e nei viali; rimescolando e rievocando un linguaggio per mascherare la pietà e lo spreco della morte inutile. Ci sarà un linguaggio più diplomatico per incoraggiare lo stupro, la tortura, l’assassi- nio. C’è e ci sarà un linguaggio più seducente, variato, fatto apposta per strozzare le donne, per stringere le loro gole come quelle delle oche che servono a produrre il paté, con le sue indici- bili, trasgressive parole; ci sarà una maggior parte del linguaggio di sorveglianza mascherato da ricerca; di politica o di storia calcolato per sottomettere il dolore di milioni che non possono parlare; linguaggio reso attraente per far rabbrividire gli insoddisfatti e privato nell’assaltare i loro vicini; arrogante linguaggio pseudo empirico inventato per chiudere la gente creativa in gabbie di inferiorità e di disperazione.

Sotto l’eloquenza, il fascino, le associazioni di studiosi, comunque rimescolanti o seducenti, il cuore di una tale lingua sta languendo, o forse non batte del tutto – se l’uccello è già morto.

Ella ha pensato che cosa avrebbe potuto essere la storia intellettuale di una disciplina se non ci si fosse insistito sopra, o se non vi si fosse forzato dentro, lo spreco di tempo e di vita che le razionalizzazioni per e le rappresentazioni di predominio richiedevano – discorsi letali di esclusione che bloccano l’accesso alla cognizione sia per chi esclude sia per l’escluso.

La saggezza convenzionale della storia della Torre di Babele è che il crollo fu una disgra- zia. Fu la confusione, o il peso di molti linguaggi che fecero precipitare l’architettura sbagliata della torre. Un linguaggio monolitico ne avrebbe affrettato la costruzione e il cielo sarebbe stato raggiunto. Il cielo di chi, ella si chiede meravigliata? E di che genere? Forse raggiungere il Paradiso era prematuro, un po’ troppa fretta se nessuno aveva tempo di capire le altre lingue, altri punti di vista, altri modi di narrare. Veramente, il cielo che essi immaginavano l’avrebbero potuto trovare ai loro piedi. Complicato, certo, da chiedere, ma avrebbero visto il cielo come vita; non il cielo come termine della vita.

Ella non vorrebbe lasciare i suoi giovani visitatori con l’impressione che la lingua dovrebbe essere costretta a vivere solo per esistere. La vitalità della lingua sta nella sua capacità di descrivere le vite reali, immaginate e possibili di chi la parla, la legge e la scrive. Sebbene la sua padronanza possa qualche volta sostituire l’esperienza, essa non è un suo sostituto. Essa crea un arco verso il luogo dove il significato può mentire. Quando un Presidente degli Stati Uniti pensava al cimitero che i suo paese era diventato, e diceva: «Il mondo farà poca attenzione e non ricorderà a lungo quello che diciamo qui. Ma non dimenticherà mai quello che hanno fatto qui,» le sue semplici parole rendono euforici nella loro capacità di sostenere la vita perché esse si ri utarono di rinchiudere la realtà di 600.000 morti in una disastrosa guerra razziale. Ri u- tando di immortalarli in un monumento, disdegnando la “parola nale”, la esatta “ricapitola- zione”, e riconoscendo il loro “scarso potere di aggiungere o sottrarre”, le sue parole esprimono deferenza verso la impossibilità di afferrare la vita nel lutto. È la deferenza che la motiva, quel riconoscere che la lingua non può essere all’altezza della vita una volta per tutte. Né dovrebbe. La lingua non può “de nire con precisione” la schiavitù, il genocidio, la guerra. Né dovrebbe struggersi per l’arroganza di essere capace di farlo. La sua forza, la sua felicità sta nell’arrivare verso l’inesprimibile.

Sia essa grande o piccola, che scavi, che esploda, o che si ri uti di sancire; che sia una risata o un grido senza alfabeto, la scelta della parola, il silenzio scelto, il linguaggio indisturbato si solleva verso la conoscenza, non la sua distruzione. Ma chi non sa che vi è una letteratura proi- bita perché si pone delle domande; screditata perché è critica; cancellata perché alternativa? E come molti scrittori sentano oltraggiati al pensiero di una lingua che si sia auto devastata?

Il lavoro della parola è sublime, la vecchia pensa, perché è produttivo; questo significa che assicura la nostra differenza, la nostra umana differenza – il modo nel quale noi siamo, diversi da altre persone viventi. Noi moriamo. Questo può essere il significato della vita. Ma noi creiamo un linguaggio. Questo può essere la misura delle nostre vite.

«C’era una volta, …» i giovani visitatori fanno alla vecchia una domanda. Chi sono essi, questi ragazzini? Che cosa hanno fatto di quell’incontro? Che cosa hanno sentito in quelle parole nali: «L’uccello è nelle vostre mani»? Una frase che apre verso una possibilità o che mette un chiavistello? Forse quello che i ragazzini hanno capito era: «non è un mio problema. Io sono vecchia, donna, nera, cieca. La saggezza che ho ora è quella di sapere che io non posso aiutarvi. Il futuro della lingua è vostro.»

Essi stanno in piedi là. Supponete che non vi fosse nulla nelle loro mani? Supponete che la visita fosse solo un espediente, un trucco per ottenere che si parlasse di loro, per essere presi seriamente come non lo era mai stato prima? Una possibilità di irrompere nel, di violare il mondo adulto, il suo miasmatico discorso su di loro, per loro, ma mai diretto a loro? Urgenti domande sono al palo, compresa quella che essi hanno fatto: «L’uccello che abbiamo in mano è vivo o morto?» Forse la domanda significa: «Qualcuno può dirci che cosa è la vita? Che cosa è la morte?». Niente trucchi; nessuna stupidaggine. Una domanda diretta degna dell’attenzione di una saggia. Una vecchia. E se la vecchia e la saggia che hanno vissuto la vita e affrontato la morte non possono rispondere, chi può?

Ma lei non può; conserva il suo segreto; la sua buona opinione di se stessa; le sue gnomiche affermazioni; la sua arte senza impegno. Mantiene le distanze, le fa rispettare e si ritira nella singolarità dell’isolamento, in uno spazio so sticato e privilegiato.

Nulla, nessuna parola segue la sua dichiarazione di trasferimento. Il silenzio è profondo, più profondo del significato che si può ottenere dalle parole che ha detto. Mette un brivido, questo silenzio, e il ragazzini, annoiati, lo riempiono con un linguaggio inventato lì per lì.

«Non c’è nessun discorso,» essi le chiedono, «nessuna parola che tu ci puoi dare, che ci possa aiutare ad aprirci un varco attraverso il tuo dossier di fallimenti? Attraverso l’istruzione ci hai appena dato ciò che non è per nulla istruzione perché noi abbiamo fatto molta attenzione a quello che hai fatto come pure a quello che hai detto? La barriera che hai eretto era generosità e saggezza?

«Noi non abbiamo nessun uccello nelle nostre mani, né vivo né morto. Abbiamo solo te e la nostra importante domanda. È il niente nelle nostre mani che tu non riesci a vedere, e neppure a indovinare? Non ti ricordi da giovane quando il linguaggio era magico senza significato? Quando quello che potevi dire non aveva significato? Quando l’invisibile era ciò che l’imma- ginazione si sforzava di vedere? Quando le domande che richiedevano risposte bruciavano al punto che tu tremavi con furia se non le sapevi?

«Dobbiamo cominciare ad avere consapevolezza con una battaglia, eroi ed eroine, come quella che hai già combattuto e perso lasciandoci con niente in mano tranne quello che avevi immaginato che ci fosse? La tua risposta è scaltra, ma la tua furbizia imbarazza noi e dovrebbe imbarazzare anche te. La tua risposta è indecente nella sua auto congratulazione. Uno scritto fatto per la televisione che non ha senso se non c’è nulla nelle nostre mani.

«Perché non ci hai raggiunto, toccato con le tue sof ci dita, ritardato un attimo di farci la lezione, almeno nché non sapessi chi eravamo? Ha disprezzato il nostro trucco, il nostro modus operandi che non potessi vedere quello che avevamo eluso per attirare la tua atten- zione? Noi siamo giovani. Siamo immaturi. Abbiamo sentito per tutta la durata della nostra breve vita che dobbiamo essere responsabili. Che cosa significherebbe nella catastrofe in cui questo mondo è diventato; dove, come il poeta dice, “nulla deve essere esposto poiché è già chiaro.” La nostra eredità è un affronto. Tu vuoi che noi abbiamo i tuoi occhi vecchi, bianchi e vedere solo crudeltà e mediocrità. Pensi che siamo abbastanza stupidi da giurare il falso a noi stessi ancora e ancora ngendo una nazionalità? Come osi parlarci di dovere quando noi siamo immersi no al collo nella tossina del tuo passato?

Tu consideri insignificanti noi e l’uccello che non è nelle nostre mani. Non c’è nessun con- testo per le nostre vite? Non musica, non letteratura, non poesie piene di vitamine, nessuna storia connessa all’esperienza in differita con la quale ci aiuti a partire seriamente? Tu sei un adulto. La vecchio, la saggia. Smettila di pensare a salvare la tua faccia. Pensa alle nostre vite e parlaci dettagliatamente del tuo mondo. Raccontaci una storia. La narrazione è una radice, che crea noi proprio nel momento in cui essa è creata. Noi non ti biasimeremo se la tua capacità eccede la tua presa; se l’amore incendia così le tue parole che esse fuggono in amme e non lasciano nulla se non la loro ustione. O se, con la reticenza delle mani di un chirurgo, le tue parole fanno la sutura solo nei punti dove il sangue potrebbe scorrere. Noi sappiamo che non lo potrai fare correttamente – una volta per tutte. La passione non è mai abbastanza; e neppure è abile. Ma prova. Per nostra fortuna e tua dimentica il tuo nome per strada; dicci che cosa il mondo è stato per te nei momenti bui e alla luce. Non dirci quello che credi, che cosa temi. Mostraci la gonna larga e il punto che dipana l’amnio della paura. Tu, vecchia, benedetta con la cecità, puoi parlare la lingua che ci dice ciò che solo il linguaggio può dire: come vedere senza le immagini. Solo la lingua ci protegge dall’essere spaventoso delle cose senza nome. Solo la lingua è meditazione.

«Dicci che cosa vuol dire essere donna in modo che possiamo sapere che cosa vuol dire essere uomo. Che cosa vuol dire muoversi ai margini. Che cosa vuol dire non avere casa in questo luogo. Essere sbandato da uno che conoscevi. Che cosa significhi vivere ai margini di città che non si addossano la tua compagnia.

«Dicci qualcosa sul battello che si è allontanato dalla battigia a Pasqua, placenta in un campo. Dicci qualcosa sui vagoni carichi di schiavi, come essi cantavano così leggermente che il loro respiro era indistinguibile dalla neve che cade. Come essi sapevano dal piegarsi della spalla più vicina che la prossima fermata sarebbe stata l’ultima. Come, con mani giunte a preghiera sul loro sesso, essi pensavano al calore, e poi al sole. Alzando le facce come per trat- tenere. Girandosi come per trattenere. Essi si fermano alla locanda. Il guidatore e il suo collega entrano con la lampada lasciandoli canticchiare nel buio. Il vapore emesso dal naso del cavallo nella neve e il suo schio e il suo sciogliersi sono l’invidia degli schiavi infreddoliti.

«La porta della locanda si apre: una ragazza e un ragazzo escono dalla sua luce. Salgono sul vagone. Il ragazzo avrà un fucile fra tre anni, ma ora porta una lampada e un boccale di sidro caldo. Gli schiavi se lo passano da bocca a bocca. La ragazza offre pane, pezzi di carne e qualcos’altro: uno sguardo negli occhi di colui che serve. Un aiuto per ciascun uomo, due per ciascuna donna. E uno sguardo. Essi guardano indietro. La prossima fermata sarà l’ultima. Ma non questa. Questa è riscaldata.»

C’è nuovamente silenzio quando i ragazzi hanno nito di parlare, nché la donna rompe il silenzio.

«Finalmente», dice, «ora ho fiducia in voi. Penso proprio che l’uccello che non è nelle vostre mani voi non lo abbiate realmente catturato. Per quanto amabile, questa cosa l’abbiamo fatta – insieme».

 

 
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