CASA DI BAMBOLA, UNA STORIA DI DONNE E LIBERTÀ DEL 1879
19 marzo 2018

«Il mio progetto è di farmi fotografo. Farò posare davanti al mio obiettivo i contemporanei, a uno a uno. Non risparmierò il bambino nel ventre della madre, né un pensiero, né un’atmosfera nascosta nelle parole di nessuna anima, ogni volta che mi troverò in presenza di uno spirito che meriti il ritratto» parola di Henrik Ibsen, nato il 20 marzo 1828 a Skien, in Norvegia.

I suoi studi furono irregolari, si formò soprattutto da autodidatta, approfondì soprattutto la letteratura e si appassionò al teatro. Le sue prime influenze sono del drammaturgo tedesco Schiller. Ibsen scrisse ispirandosi a lui il primo dramma, Catilina (1848). Dal 1851 al  1857 diresse il Teatro nazionale di Bergen, quando andrò a dirigere il Norske Theater di Oslo. Ibsen si infuriò quando Svezia e Norvegia non aiutarono la Danimarca sotto attacco della Prussia, era il 1864 e partì per viaggiare in Italia, a Roma, e proprio nella capitale del bel Paese compose i suoi capolavori, i drammi Brand e Peer Gynt. Fermatosi a Dresda, si convertì al Positivismo e al Naturalismo e cominciò a scrivere i suoi lavori più importanti di critica alla società contemporanea, denunciando la grettezza e ipocrisia della borghesia. Nel 1891 fece ritorno nel suo paese. Oslo divenne la sua città. Colpito da una paralisi smise di scrivere e morì nel 1906.

Casa di bambola è forse l’opera teatrale più famosa di Ibsen. Il titolo originale è Et dukkehjem e l’autore l’ha scritta durante un soggiorno ad Amalfi ed è stato rappresentata il 21 dicembre dello stesso anno a Copenaghen.

Racconta di Torvald Helmer e del suo matrimonio di otto anni con Norasposa-bambina, vezzeggiata come fosse un giocattolo. Ma Nora serba un segreto: per aiutare nelle cure il marito, ha chiesto del denaro in prestito, rilasciando una cambiale con firma falsa. La ragazza ha saldato il debito, le manca solo una rata che sta per pagare, il marito è guarito ed è il direttore della Banca del Credito. Ma non è finita: Nora è ricattata dallo strozzino, è impiegato della stessa banca, e vuole una promozione. Helmer invece vuole licenziarlo e Nora non riesce a impedirglielo. La lettera di licenziamento viene spedita. In cambio, il marito, riceve una lettera che gli rivela tutta la verità, il sotterfugio di Nora a fin di bene. Lei spera di essere compresa, ma così non è: Helmer si arrabbia perché teme solo per la propria carriera. È qui che Ibsen inserisce il colpo di scena: l’aiuto provvidenziale della signora Linde, amica di Nora, fa sì che lo strozzino rinuncia al proprio ricatto. Ma Helmer decide comunque di punire Nora: la perdona ma le toglie il ruolo di ducatrice dei loro tre bambini. È così che la donna decide di lasciare il dispotico marito, perché non accetta di essere trattata come un oggetto, un giocattolo carino, nelle sue mani.

NORA: Tu non pensi e non parli come l’uomo di cui possa essere la compagna. Svanita la minaccia, placata l’angoscia per la tua sorte, non per la mia, hai dimenticato tutto. Ed io sono tornata ad essere per te la lodoletta, la bambola da portare in braccio. Forse da portare in braccio con più attenzione perché t’eri accorto che sono più fragile di quanto pensassi. Ascolta, Torvald; ho capito in quell’attimo di essere vissuta per otto anni con un estraneo. Un estraneo che mi ha fatto fare tre figli… Vorrei stritolarmi! Farmi a pezzi! Non riesco a sopportarne nemmeno il pensiero!
TORVALD: Capisco. Siamo divisi da un abisso. Ma non potremmo, insieme…
NORA: Guardami come sono: non posso essere tua moglie.
TORVALD: Ma io ho la forza di diventare un altro.
NORA: Forse, quando non avrai più la tua bambola.

Quando Casa di bambola andò in scena subito fu investita di una marea di polemiche. Venne interpretato come un dramma femminista, e Ibsen dovette anche cesurare alcune parti per le successive rappresentazioni. E Casa di bambola è a tutti gli effetti una denuncia delle condizioni delle donne dell’epoca, una polemica sulla condizione femminile del XIX secolo. Ma non solo: è un grande inno alla libertà, insopprimibile, dell’essere umano. Per Nora proprio le leggi non scritte della società sono difficili da capire, e non riesce a convincersi che siano corrette.

Immagine di copertina: Anna Pedreira