BREVE RITRATTO DI UNA DONNA INDIPENDENTE, MATILDE SERAO
06 marzo 2018

Matilde Serao è stata una donna di infaticabile intelligenza. Cronista lucida e affamata di verità, giornalista, scrittrice, ha anticipato mode e linguaggi, raccontando le donne e gli uomini della sua epoca, la politica e il costume con un tratto tutto suo, fornendoci un ritratto della società dei suoi tempi, qualche volta simile a quella dei giorni nostri.

È nata a Patrasso il 7 marzo 1856, suo padre era avvocato e giornalista di Napoli, sua madre Paolina una nobile greca in disgrazia, figura molto importante per la piccola Matilde. È a 26 anni che decide di lasciare la Campania per Roma e proprio nella capitale comincia a collaborare con il giornale Capitan Fracassa. Fu la prima donna redattrice nella storia del quotidiano. Si firmava Ciquita e scriveva di tutto, dalla cronaca rosa alla critica letteraria. Spontanea e simpatica, rimaneva impressa per i suoi modi inconsueti ai frequentatori dei salotti borghesi e intellettuali dell’epoca. Gli incontri che ha fatto non l’hanno favorita in nessun modo, ma la sua fama di donna indipendente suscitò subito grande curiosità.

Matilde Serao ha scritto per il Piccolo e poi per la Gazzetta letteraria piemontese e per il Corriere del mattino. Ha fondato Il Mattino, insieme al marito Edoardo Scarfoglio nel 1892 e anche il Giorno nel 1904. È la prima donna italiana ad aver fondato un quotidiano. Per lei fare giornalismo rispondeva a una precisa vocazione: «Giornale è tutta la storia di una società. E, come la vita istessa, di cui è la immagine, ha in sé il potere di tutto il bene e di tutto il male. Il giornalista è l’apostolo del bene e il giornale è la più nobile forma del pensiero umano. L’avvenire è del giornale».

Tra i suoi 70 romanzi ricordiamo specialmente Vita e avventure di Riccardo Joanna (1887) che Benedetto Croce definì “il romanzo del giornalismo”. In questo libro, Serao fa dire al suo protagonista una frase in particolare, emblema della propria concezione di questo lavoro: “non ho bisogno né di erudizione, né di novelle, né di versi – dice Joanna. Mi occorre un reporter, un nuovo e buon reporter che vada, venga, si ficchi dappertutto, sappia tutto, precisamente”. *

Nel 1926 venne candidata al Nobel per la letteratura, l’anno dopo morì a Napoli, a 71 anni, mentre lavorava alla scrivania. Tra i suoi libri ricordiamo Il ventre di Napoli (1884), Il paese di cuccagna (1891), La virtù di Cecchina (1906).

* ecco qui l’estratto dal libro:

“Non leggo mai giornali letterari,” rispose glacialmente il di- rettore del Tempo.
“Oh già, naturalmente, fa benissimo,” soggiunse subito Cima- glia, con la premura di chi vuole ingraziarsi l’interlocutore, “sono così noiosi! Quelle mie novelle, raccolte in volume, hanno, senza vantarmi, avuto un bel successo.”
“Ah!” fece soltanto Riccardo, come disinteressato.
“Ho anche pubblicato un volume di versi, odi barbare e sonetti, Autumnalia: lo conoscerà, forse….” “No.”
“…. Siccome anch’ella è stato poeta….”
“Oh pochissimo!”
“Ma sì, ma sì, signor Joanna, e poeta di vaglia,” insistè l’altro. “Le assicuro di no, signore,” disse duramente Joanna.
Il candidato tacque, scorato. Joanna pensava:
“Lei conosce molta gente, signor Cimaglia?” chiese poi.
“Ben poca, sa, mi tengo da parte….”
“Il prefetto, il questore, li conosce?”
“Nossignore; forse loro, probabilmente, conosceranno me.” “Ha pratica dei ministeri?”
“Per nulla, i travetti mi sono odiosi, uno scrittore come me, capirà….”
“Senta, signor Cimaglia, io non ho bisogno nè di erudizione, né di novelle, né di versi. Mi occorre un reporter, un nuovo e buon reporter, che vada, venga, si ficchi dappertutto, sappia tutto, precisamente.”
“E questo reporter che cosa scrive?” domandò Cimaglia, come inebetito.
“Niente. Scrive il cronista, sulle notizie del reporter.”
“Credo…. credo di non poter fare tale mestiere,” e accentuò la parola con un certo disprezzo.
“Lo credo anche io,” soggiunse Riccardo, con una ironia profonda.
“Scusi tanto; buon giorno, signore.”
“Buongiorno.”
Lo scrittore se ne andò, mettendosi sotto l’ascella un manoscritto, che Riccardo non gli aveva neppur dato il tempo di offrirgli. Joanna si alzò dal suo posto, andò a riscaldarsi alla fiamma del caminetto, piegò un po’ la testa, dalle tempia già rade, dai ca- pelli brizzolati: e crucciosamente il pensiero di non aver ancora la cifra di centomila, segnata sulla vendita del Tempo, lo riassalse.

 
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