TU SEI UNA FORZA BENEFICA E PIENA DI TENEREZZA. ANTONIO GRAMSCI SCRIVE ALLA MADRE
antonio gramsci
07 novembre 2017

L’8 novembre 1926 veniva arrestato dalla polizia fascista Antonio Gramsci, uno dei più grandi pensatori del XX secolo. Tra i fondatori del Partito Comunista Italiano, fu accusato di voler sovvertire l’ordine dello Stato, condannato a 20 anni di galera, in cella scrisse i Quaderni dal carcere, oltre alle numerose lettere.


A Gramsci, Pier Paolo Pasolini dedicò questa poesia, di cui vi abbiamo detto.
Segretario e deputato, considerato da Mussolini stesso “un cervello indubbiamente potente”, abitava presso la famiglia Passarge, dalle parti di Porta Pia, dove aveva affittato una stanza da due anni. Lì avvenne l’arresto, mentre la moglie Giulia era tornata a Mosca in attesa del secondo figlio, Giuliano, che non conoscerà mai il padre. Poco prima i due sposi avevano fatto una vacanza, l’unica nella vita di Gramsci, in Alto Adige. Da Roma a Napoli, Gramsci viene trasferito in diverse prigioni, seguono Palermo, Ustica (l’isola del confino), e il 7 febbraio è a San Vittore.

Durante il processo il pubblico ministero ha affermato: “Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare“. Il processo è all’intero gruppo dirigente del PCI.

Nei 7 anni che passa in carcere (dei 20 che deve scontare, 20 anni, 4 mesi e 5 giorni), Antonio Gramsci, già di salute cagionevole, conosce la rovina. Nonostante questo consegna al mondo 33 quaderni, 21 scritti a Turi (Bari), gli altri dalla clinica di Formia dove venne ricoverato, fino al 1935. Muore a 46 anni, il 27 aprile 1937.

Le lettere che manda dal carcere sono un’autobiografia indiretta dell’intellettuale, modo per conoscerlo, introduzione al suo pensiero. Abbiamo scelto la tenera lettera scritta il 15 giugno 1932, dove l’intellettuale racconta l’amore per sua madre, ripercorrendo in modo commovente i ricordi della sua infanzia.

Carissima mamma,

ho ricevuto la lettera che mi hai scritto con la mano di Teresina. Mi pare che devi spesso scrivermi così; io ho sentito nella lettera tutto il tuo spirito e il tuo modo di ragionare; era proprio una tua lettera e non una lettera di Teresina. Sai cosa mi è tornato alla memoria? Proprio mi è riapparso chiaramente il ricordo quando ero in prima o in seconda elementare e tu mi correggevi i compiti: ricordo perfettamente che non riuscivo mai a ricordare che “uccello” si scrive con due c e questo errore tu me lo hai corretto almeno dieci volte. Dunque se ci hai aiutato a imparare a scrivere (e prima ci avevi insegnato molte poesie a memoria; io ricordo ancora Rataplan e l’altra “Lungo i clivi della Loira – che quel nastro argentato – corre via per cento miglia – un bel suolo avventurato”) è giusto che uno di noi ti serva da mano per scrivere quando non sei abbastanza forte. Scommetto che il ricordo di Rataplan e della canzone della Loira ti fanno sorridere. Eppure ricordo anche quanto ammirassi (dovevo avere quattro o cinque anni) la tua abilità nell’imitare sul tavolo il rullo del tamburo, quando declamavi Rataplan. Del resto tu non puoi immaginare quante cose io ricordo in cui tu appari sempre come una forza benefica e piena di tenerezza per noi. Se ci pensi bene tutte le quistioni dell’anima e dell’immortalità dell’anima e del paradiso e dell’inferno non sono poi in fondo che un modo di vedere questo semplice fatto: che ogni nostra azione si trasmette negli altri secondo il suo valore, di bene e di male, passa di padre in figlio, da una generazione all’altra in un movimento perpetuo. Poiché tutti i ricordi che noi abbiamo di te sono di bontà e di forza e tu hai dato le tue forze per tirarci su, ciò significa che tu sei già da allora, nell’unico paradiso reale che esista, che per una madre penso sia il cuore dei propri figli. Vedi cosa ti ho scritto? Del resto non devi pensare che io voglia offendere le tue opinioni religiose e poi penso che tu sei d’accordo con me più di quanto non pare.
Dì a Teresina che aspetto l’altra lettera che mi ha promesso.

Ti abbraccio teneramente con tutti di casa.

 Antonio

 

 

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