DOVEVO RIPULIRE LE PAROLE DALLA MUFFA E INVENTARNE DI NUOVE. GOLIARDA SAPIENZA E L’ARTE DELLA GIOIA
goliarda sapienza
20 febbraio 2017

Le parole nutrono, e come il cibo vanno scelte bene prima di ingoiarle. Lo scrive Goliarda Sapienza nel suo L’arte della gioia (Einaudi), il capolavoro di una donna di lettere, teatro e cinema, anarchica e appassionata. Come racconta Angelo Pellegrino nella prefazione e Domenico Scarpa nella postfazione, L’arte della gioia lo rifiutarono tutti. Goliarda Sapienza lo scrisse nel 1969 ma il merito e il valore del testo venne riconosciuto solo nel 2005. Prima che in Italia, fu pubblicato in Francia dove ebbe subito un successo enorme perché così vero e vitale.

Racconta di Modesta, nome raro e misterioso un po’ come Goliarda. Brilla, lei, nonostante le umiliazioni che subisce e il degrado in cui è immersa. Nonostante il suo nome, non è una che sta in disparte. Sempre in movimento, forgiata dalle esperienze, dagli incontri, dalle prove che deve superare, la protagonista è eccezionale, un’eroina insolita che ti accompagna per tutta la vita.

Ma è anche un romanzo storico, L’arte della gioia, perché Modesta nasce il 1 gennaio 1900 e il suo destino si intreccia con quello del suo paese. La povertà esperita durante l’infanzia, l’influenza dell’educazione religiosa durante l’adolescenza, la scoperta del comunismo: il mondo cambia e Modesta cambia con esso, pur rimanendo fedele a se stessa, alla sua energia e alla sua grazia.

L’arte della gioia è una miniera di riflessioni, oggi vi proponiamo questa. Riguarda le parole. Da leggere in attesa della prima Indie Night(s) al Circolo dei lettori, con la scrittrici Rossella Milone e Elena Varvello, con i librai Davide Ferraris e Sara Lanfranco di Libreria Therese che portano, insieme a Francesca Marson, il loro progetto di “documentario dal vivo” al Circolo. Per saperne di più vai qui.

Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore esattamente come la parola morte. Mentivano molte parole, mentivano quasi tutte. Ecco che cosa dovevo fare: studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali… e poi, ripulirle dalla muffa, liberarle dalle incrostazioni di secoli di tradizione, inventarne delle nuove, e soprattutto scartare per non servirsi più di quelle che l’uso quotidiano adopera con maggiore frequenza, le più marce, come: sublime, dovere, tradizione, abnegazione, umiltà, anima, pudore, cuore, eroismo, sentimento, pietà, sacrificio, rassegnazione.

Imparai a leggere i libri in un altro modo. Man mano che incontravo una certa parola, un certo aggettivo, li tiravo fuori dal loro contesto e li analizzavo per vedere se si potevano usare nel “mio” contesto. In quel primo tentativo di individuare la bugia nascosta dietro parole anche per me suggestive, mi accorsi di quante di esse e quindi di quanti falsi concetti ero stata vittima.

 

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