L’AMORE È UN MIRAGGIO. JULIA KRISTEVA SUL MITO DI NARCISO
mito di narciso
01 febbraio 2017

Nel suo Storie d’amore (Donzelli), la linguista, psicanalista e filosofa francese di origine bulgara, Julia Kristeva, che studiò con Lacan e che si è occupata a lungo di autori come Sade, Bataille, Beckett e Mallarmé, parla dell’amore come laboratorio del nostro destino.

Lo fa confrontandosi con tutte le forme dell’amore: dall’agape cristiana all’amore sessuale, a quello fraterno, a quello dei genitori verso i propri figli confrontandole con le elaborazioni simboliche dell’amore, da Platone a San Tommaso, da Romeo e Giulietta a Don Giovanni. In particolare si sofferma sulla figura di Narciso.

Narciso è un giovane di una bellezza tanto splendida quanto sdegnosa – scrive Julia Kristeva – che gli fa respingere tanto i giovani che le giovani. Incontra una prefigurazione della sua duplicazione nel riflesso acquatico della figura della ninfa Eco. Innamorata di lui, ma respinta, Eco, che sa soltanto ripetere le parole degli altri, finisce per perdere il proprio corpo: “tutta l’essenza stessa del suo coporo di dissipa nell’aria”, le sue ossa diventano pietra e solo la sua voce rimane intatta.

Narciso è sdegnoso, non gli va bene niente, nessuno e nessuna: ama il proprio riflesso. Per questo motivo le sue innamorate deluse invocano la Nemesi, la vendetta divina: “che egli ami dunque egualmente a sua volta e non possa possedere l’oggetto del suo amore“. E così succede: “Mentre beve, sedotto dall’immagine della propria bellezza, si invaghisce di un riflesso senza consistenza, scambia per un corpo ciò che non è che un’ombra“.

Aggiunge Kristeva: Ci troviamo qui di fronte a qualcosa che non possiamo non definire la vertigine di un amore che non altro oggetto che un miraggio. Ovidio si meraviglia, affascinato e spaventato, innanzi al doppio aspetto di un inganno che continuerà tuttavia ad alimentare la vita psicologica e intellettuale dell’Occidente per secoli: da un lato, l’esaltazione di fronte a un non-oggetto, mero prodotto di un errore degli occhi; dall’altro il potere dell’immagine: “L’oggetto del tuo amore non esiste! Quest’ombra che tu vedi, è il riflesso della tua immagine. Di per se stessa non è nulla, è apparsa con te, persiste con te, e il tuo allontanarti la dissiperà, se hai il coraggio di andartene”. 

Un sottile strato di acqua impedisce l’unione di Narciso con se stesso. La sola contemplazione non può soddisfarlo. Così Narciso muore al bordo della sua immagine, scrive Kristeva, e continuerà a guardarsi anche nell’acqua del fiume dei morti, lo Stige. Oggi interessa sottolineare l’originalità della figura di Narciso, e il posto del tutto singolare che occupa, da una parte nella storia della soggettività occidentale, e dall’altra nell’esame dei sintomi critici di questa soggettività.

 

 

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