UN DOLCE POMERIGGIO D’INVERNO. RICORDANDO CARLO BETOCCHI, POETA DI TORINO
bus torino
23 gennaio 2017

La poesia è nata da sé, spontaneamente su un’onda d’amore, sull’onda d’amore per le cose che erano intorno a me che sentivo fraterne e unite in uno stesso destino e in una stessa fine.

Oggi ricorre l’anniversario della nascita di un poeta di Torino, Carlo Betocchi.
Forse non lo conoscete, capita che i poeti siano spesso dimenticati, ed è un gran peccato.
Carlo Betocchi ha vissuto a Firenze da bambino, suo padre lavorava alle Ferrovie così si trasferirono in Toscana. Ma rimane presto orfano, il poeta, e dopo il diploma sceglie la scuola per ufficiali di Parma.
Andrà al fronte dal 1917 al 1920.

Si sposta in Francia, poi torna, è il 1928. Si tratta di un periodo intenso per Betocchi: lavora alla rivista Il Frontespizio insieme a Piero Bargellini. Dal 1934 cura la rubrica La più bella poesia, dove pubblicherà i suoi primi versi. Dal 1953, a Firenze, insegna letteratura al Conservatorio. Fino al 1977 è redattore della rivista L’Approdo Letterario.

I temi delle sue poesie sono la fiducia per l’avvenire, i dubbi e i ripensamenti per la vita, la vecchiaia, il dolore, la fede, Diceva Betocchi: La mia poesia nasce dall’allegria; anche quando parlo di dolore la mia poesia nasce dall’allegria. È allegria del conoscere, l’allegria dell’essere e dell’essere e del saper accettare e del poter accettare.

Ecco 2 sue poesie.
Nel 1999 è uscito per Bur Dal definitivo istante. Poesie scelte e inediti.


DELL’OMBRA

Un giorno di primavera
vidi l’ombra di un’albatrella
addormentata sulla brughiera
come una timida agnella.

Era lontano il suo cuore
e stava sospeso nel cielo;
nel mezzo del raggiante sole
bruno, dentro un bruno velo.

Ella si godeva il vento;
solitaria si rimuoveva
per far quell’albero contento
di fiammelle, qua e là, ardeva.

Non aveva fretta o pena;
altro che di sentir mattino,
poi il suo meriggio, poi la sera
con il suo fioco camino.

Fra tante ombre che vanno
continuamente, all’ombra eterna,
e copron la terra d’inganno
adoravo quest’ombra ferma.

Cosí, talvolta, tra noi
scende questa mite apparenza,
che giace, e sembra che si annoi
nell’erba e nella pazienza.


 

UN DOLCE POMERIGGIO D’INVERNO

Un dolce pomeriggio d’inverno, dolce
perché la luce non era piú che una cosa
immutabile, non alba né tramonto,
i miei pensieri svanirono come molte
farfalle, nei giardini pieni di rose
che vivono di là, fuori del mondo.

Come povere farfalle, come quelle
semplici di primavera che sugli orti
volano innumerevoli gialle e bianche,
ecco se ne andavan via leggiere e belle,
ecco inseguivano i miei occhi assorti,
sempre piú in alto volavano mai stanche.

Tutte le forme diventavan farfalle
intanto, non c’era piú una cosa ferma
intorno a me, una tremolante luce
d’un altro mondo invadeva quella valle
dove io fuggivo, e con la sua voce eterna
cantava l’angelo che a Te mi conduce.

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