PIACERE A NOI STESSI, PIACERE SOPRATTUTTO AGLI ALTRI. HANNAH ARENDT E LA VITA DELLA MENTE
hannah arendt sguardo occhi
23 dicembre 2016

Hannah Arendt, filosofa, storica e scrittrice di origini ebraiche, subì la persecuzione nazista e venne privata dei diritti civili nel 1933. Venne incarcerata e, una volta libera, decise di trasferirsi negli Stati Uniti. Fino al 1951 fu apolide, poi ottenne la cittadinanza americana. Fu giornalista e docente e pubblicò opere fondamentali di filosofia politica.

1. Nella prima parte, Arendt si interroga sul pensare, quale sia lo spazio e il tempo dell’io che pensa.
Per lei, l’io che pensa è tra passato e futuro, tra memoria di ciò che c’era e attesa dell’avvenire.
Nel presente del pensare, talvolta, siamo liberi.

2. La seconda parte è dedicata alla libertà.
Concetto sconosciuto ai greci, secondo Arendt, che in questa parte si concentra sul volere.
Come si concilia la fede in dio con il libero arbitrio? Solo il cristianesimo si pose questo problema.

3. La terza parte, incompiuta, è dedicata al giudicare.
Ne restano gli appunti.

In una bella pagina di La vita della mente, ultimo libro e coronamento della sua vita activa, Hannah Arendt si interroga su come debba essere l’uomo coraggioso, su chi sia. Sulle sue scelte, sui suoi fallimenti, sulle sue azioni. Eccola qua. Ha a che fare con il modo in cui scegliamo di presentarci al mondo. Come ci esibiamo? Che cosa mostriamo di noi?

L’uomo coraggioso non è colui nella cui anima tale sentimento sia assente, né colui che sappia vincerlo una volta per tutte, bensì chi ha deciso che la paura non è quanto vuole mostrare. Il coraggio può divenire poi una seconda natura o un’abitudine, ma non nel senso che alla paura si sostituisce la sua assenza, come se quest’ultima potesse a sua volta diventare un sentimento. Simili scelte sono determinate da fattori svariati; in molti casi sono predeterminate dalla cultura in cui nasciamo — le compiamo perché desideriamo piacere agli altri. Ma esistono anche scelte non ispirate dal nostro ambiente: vi siamo indotti dal desiderio di piacere a noi stessi o di stabilire un esempio, cioè dal desiderio di persuadere gli altri ad apprezzare ciò che piace a noi. Qualunque sia il motivo, il successo e il fallimento dell’operazione di autopresentazione dipendono dalla coerenza, e perciò dalla durata, dell’immagine che in questo modo presentiamo al mondo.

Siccome le apparenze si presentano sempre nelle vesti del parere, simulazione e inganno intenzionale da parte dell’attore, errore ed illusione da parte dello spettatore figurano, inevitabilmente, tra le loro intrinseche potenzialità. L’autopresentazione si distingue dall’autoesibizione grazie alla scelta attiva e consapevole dell’immagine mostrata: l’esibirsi non ha altra scelta che mostrare tutte le proprietà in possesso di un essere vivente. L’autopresentazione non sarebbe invece possibile senza un certo grado di consapevolezza di sé, capacità connaturata al carattere riflessivo delle attività spirituali che trascende, chiaramente, la semplice coscienza che con ogni probabilità l’uomo ha in comune con gli animali superiori.

Ogni virtù comincia quando le rendo un omaggio con il quale esprimo il mio compiacermi di essa. L’omaggio implica una promessa al mondo, a coloro cui io appaio, di agire in armonia con questo compiacermi ed è l’infrazione di questa promessa implicita che caratterizza l’ipocrita. In altre parole, l’ipocrita non è un malvagio che si compiace del vizio e nasconde il suo compiacimento a chi lo circonda. La prova che rivela l’ipocrita è l’antico motto socratico «Sii quale desideri apparire», che significa appari sempre come desideri apparire agli altri anche se ti capita di esser solo e di non apparire che a te stesso. Nel prendere tale decisione, non mi trovo semplicemente a reagire a questa o a quella qualità datami in sorte: sto compiendo un atto di scelta deliberata tra le molteplici potenzialità di condotta che il mondo mi offre.

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