MENTRE ASCOLTAVA LA NEVE CADERE LIEVE SU TUTTO L’UNIVERSO. JAMES JOYCE E GENTE DI DUBLINO
gente di dubino dubliners vecchia edizione originale
22 dicembre 2016

Ieri vi abbiamo parlato della neve di Emily Dickinson, oggi vi raccontiamo di quella di Joyce.
La neve del racconto I morti che chiude Gente di Dublino. James Joyce lo scrive nel 1907 e lo pubblica quasi dieci anni dopo. Prende molto da Ibsen, il titolo – per esempio – è un richiamo a When we dead awaken. E come nelle opere di Ibsen, in I morti capita che Gabriel Conroy scopra il vecchio amore di sua moglie Gretta: non ha amato solo lui, ha amato qualcun altro che, al contrario di lui, era molto passionale e di certo più vivo, Michael Furey.
Questa rivelazione cambia la percezione dell’incolore Gabriel, l’idea che ha di sé e di ciò che lo circonda, in un’epifania.

Chi sono i vivi e chi sono i morti? La soglia tra i due mondi, in Joyce, sfuma fino a diventare invisibile: vivi e morti camminano sulla stessa terra, nelle stesse città, fino a confondersi. E nel racconto tutto si confonde: i colori, quello della terra del cimitero, quello dei mattoni dei palazzi di periferia, si mescola al verde, il verde della putredine.
L’Irlanda di Gente di Dublino, l’Irlanda di I Morti, l’Irlanda di Joyce non è un’isola smeraldo ma palude, misteriosa, lontana, avvolta nella nebbia.

La Gente di Dublino di Joyce è immobile e malinconica. Come Gabriel, come gli altri.
Ciò che turba è l’assenza: l’assenza di Michael Furey, a intristire è ciò che non c’è.

Ma poi arriva la neve.

La neve di I Morti cade lieve su tutte le cose, su tutto l’universo.
E il suo bianco è il colore della purezza, del candore.
E forse lì c’è il riscatto.

Un leggero picchiare sui vetri lo fece girare verso la finestra. Aveva ricominciato a nevicare. Osservò assonnato i fiocchi, argentei e scuri, cadere obliquamente contro il lampione. Era tempo per lui di mettersi in viaggio verso occidente. Sì, i giornali avevano ragione: nevicava in tutta l’Irlanda. La neve cadeva su ogni punto dell’oscura pianura centrale, sulle colline senza alberi, cadeva lenta sulla palude di Allen e, più a ovest, sulle onde scure e tumultuose dello Shannon. Cadeva anche sopra ogni punto del solitario cimitero sulla collina dove era sepolto Michael Furey. Si ammucchiava fitta sulle croci contorte e sulle lapidi, sulle punte del cancelletto, sui roveti spogli. La sua anima si dissolse lentamente nel sonno, mentre ascoltava la neve cadere lieve su tutto l’universo, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e su tutti i morti.

 

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