COME FINISCE UN AMORE? MA ALLORA FINISCE? 3 FRAMMENTI DA UN DISCORSO AMOROSO DI ROLAND BARTHES
13 dicembre 2016

È il libro in cui Roland Barthes esplora una delle più potenti esperienze umane, quella di innamorarsi. Frammenti di un discorso amoroso è uscito per le Éditions du Seuil nel 1977, è diviso in 80 voci. Si comincia con ABBRACCIO, ADORABILE, ANGOSCIA, ANNULLAMENTO, e poi, FASTIDIO, GELOSIA, SEGNI, VAGARE fino a VIE D’USCITA.

La società moderna manca di un linguaggio per dire l’amore, afferma Barthes. Parliamo di sesso ma non abbiamo le parole per descrivere tutti gli aspetti emotivi, considerati tabù. Senza un sistema per interpretare l’esperienza amorosa ci ritroviamo a praticare qualcos’altro, che a volte fa danni immensi, altre volte è malsano.

Avere un sistema, avere un linguaggio per parlare d’amore è necessario perché proprio l’amore sia fonte di energia e ispirazione perché, se maltrattato, se mal detto, l’amore può diventare una fonte di dolore intenso, di crollo psicologico e infierire profondamente sull’innamorato, tanto da lasciarlo sfigurato.

Rendere l’amore dicibile e comprensibile è l’obiettivo di Barthes e con Frammenti di un discorso amoroso vuole fornire a noi lettori gli strumenti per riflettere e comprendere le proprie esperienze per amare meglio.

Le 80 voci che compongono il libro sono i frammenti. Frammenti di un’esperienza particolare vissuta dal punto di vista dell’amante. Per esempio: mentire, tra le braccia dell’innamorato, l’agitazione e l’ansia che accompagna l’attesa della telefonata del proprio amante. E poi Barthes comincia a lavorare, proponendo prospettive filosofiche, psicologiche e linguistiche per comprendere quel frammento-esperienza. Ed è davvero efficace.

I complessi fenomeni psicologici che Barthes riesce a dedurre dai frammenti sono una lettura interessantissima. Come riusciamo a idealizzare l’essere amato, per esempio, e come l’amore diventa quasi una religione. Come crei dipendenza. È un libro denso che richiede un po’ di sforzo, naturalmente, ricco di riferimenti sia letterari che filosofici, come Goethe, Lacan, Nietzsche, Freud e Rilke. Ma la ricompensa è grande.

ATTESA
“Sono innamorato? – Sì, poiché sto aspettando”. L’altro, invece, non aspetta mai. Talvolta, ho voglia di giocare a quello che non aspetta; cerco allora di tenermi occupato, di arrivare in ritardo; ma a questo gioco io perdo sempre: qualunque cosa io faccia, mi ritrovo sempre sfaccendato, esatto, o per meglio dire in anticipo. La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta.

CUORE
Il cuore, è ciò che io credo di donare. Ogni volta che questo dono mi viene restituito, allora non basta dire, come Werther, che una volta tolto tutto l’ingegno che mi si attribuisce e di cui non mi curo, il cuore è ciò che resta di me: il cuore è ciò che mi resta, e questo cuore che mi pesa è il cuore greve: greve per il rigurgito che l’ha riempito (solo gli innamorati e i bambini hanno il cuore greve).

FINE DELL’AMORE
Come finisce un amore? – Ma allora finisce? Nessuno – salvo gli altri – lo sa mai; una specie d’innocenza nasconde la fine di questa cosa concepita, propugnata e vissuta come eterna. Qualunque sia la fine dell’oggetto amato, sia che esso scompaia o passi nella sfera Amicizia, io non lo vedo neanche svanire: l’amore che è finito si allontana verso un altro mondo come un’astronave che cessa di mandare segnali: l’essere amato che prima segnalava chiassosamente la sua presenza, diventa tutt’a un tratto muto (l’altro non scompare mai come e quando ci si aspetta).

 

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