MA IO NON DICO NIENTE, CHE COSA PUO DIRE UN SACCO? CHARLES SIMIC, POETA
charles simic
24 ottobre 2016

La marcia dei tedeschi davanti alla sua casa, era il 1944. La terra trema, la morte passa. Un piccolo cane bianco corre in strada. Il cane rimane impigliato tra gli scarponi e un calcio violento lo fa volare in strada: quel cane sembra avere le ali. Charles Simic continua a vederlo anche oggi, Charles Simic è un poeta.

Simic è tra quei poeti elencati da Valerio Magrelli su Repubblica come i dimenticati del Premio Nobel, finito invece tra le mani (più o meno pronte ad agguantarlo) di Bob Dylan. È un poeta nato a Belgrado il 9 maggio del 1938. La sua infanzia è stata segnata dalla guerra e dall’invasione tedesca e alcune tra le sue più potenti poesie sono permeate proprio dai ricordi di quel periodo. Suo padre è stato arrestato spesso e alla fine è riuscito a fuggire, si diresse in Italia dove venne di nuovo imprigionato. Al suo rilascio, finita la guerra, George Simic ha trascorso cinque anni a Trieste per trasferirsi poi negli Stati Uniti. Non vide sua moglie e i suoi figli fino al 1954.

Le poesie di Charles Simic parlano con guizzi e sfrontatezza della pochezza materiale e spirituale della vita moderna, la sua è una sfrontata purezza. Sono poesie segnate dall’abbandono della propria terra, dall’errare, dalla ricerca di un luogo in cui stare. C’è la fuga, la disperazione, la violenza. Ma è anche vero che il suo interesse per la poesie nasce in contemporanea con il suo interesse per le ragazze.

La scuola primaria, Charles Simic le frequentò a Belgrado. La madre Helen, mise in atto diversi tentativi di fuga e anche lei finì in prigione nel dopoguerra, condannata dalle autorità comuniste. Nel 1953 vennero concessi i passaporti  alla famiglia e – con il terrore che potessero essere revocati – Helen imballò in tutta fretta le loro poche cose e con i figli salì sul treno per Parigi. Anche i visti americani vennero concessi ai Simic dopo molti tentativi, e nell’agosto 1954 erano tutti a New York, riuniti.

Prima New York, poi Chicago. I genitori non avevano il denaro necessario per far frequentare il college ai figli, così Charles Simic ha lavorato come fattorino recapitando il Chicago Sun-Times e ha frequentato corsi serali. Di nuovo a New York, è stato commesso, imbianchino, impiegato. Studiava e scriveva di notte. Nel 1961 è stato arruolato nell’esercito e costretto a trascorrere due anni di leva in Germania e Francia. Si iscrisse all’Università di New York al suo ritorno, dove cominciò a studiare linguistica. Del 1967 è la sua prima raccolta di poesie. Nel 1973 diventa professore associato dell’Università del New Hampshire, dove ha insegnato per più di trent’anni.

Ha 21 anni quando pubblica la prima volta. Il suo lavoro procede su un doppio binario: scrive in inglese le proprie poesie e traduce importanti poeti jugoslavi. Nei suoi versi c’è l’Europa, i boschi, gli stagni, la ruralità della sua terra. Che lui fa brillare in modo totalmente nuovo. Smarrito, commenta il proprio stesso smarrimento, abbandonato, diventa il poeta laureato americano dall’accento slavo.

Difficile categorizzare il suo lavoro: alcune poesie sono surreali e metafisiche, altre violente e disperate. C’è il folklore europeo ma c’è anche l’America, pragmatica e veloce. Tracce di malizia, di sorrisi sardonici, piccoli scandali, brevi favole. La realtà della storia diventa surreale. La linea di demarcazione tra ordinario e straordinario viene meno. Protagonisti della sua opera sono coltelli, cucchiai, che diventano eclatanti, anche se comuni, insignificanti.


Bibliografia minima e tre poesie da Hotel Insonnia

Il mostro ama il suo labirinto (Adelphi)
Club Midnight (Adelphi)
Hotel Insonnia (Adelphi)
Il mondo non finisce (Donzelli)


Viaggiare

Mi tramuto in un sacco.
Un vecchio stracciaiolo
mi porta fuori all’alba.
Ci trasciniamo curvi.

Ecco qui, dice, la cravatta blu,
un uomo l’ha scalata mentre gli stava al collo.
Ora lassù singhiozza
perché non sa come calarsi giù.

Ma io non dico niente, cosa può dire un sacco? 

Ecco qui, dice, il cappotto.
Il suo nome è Achab, i suoi sono i nostri stracci.
È in cerca del sarto che lo ha fatto.
Vuole strappare via tutti i suoi fili neri.

Ma io non dico niente, cosa può dire un sacco? 

Ecco qui, dice, un paio di stivali,
mentre andavano a fondo, mentre andavano sotto
la loro vita videro in un lampo,
dovunque andremo si aggrapperanno a noi.

Ma io non dico niente, cosa può dire 
un sacco rigonfio di stoppa fino al collo? 

Paesaggio con grucce

Così tante grucce. Ora persino la luce del giorno
ne ha bisogno, persino il fumo che sale su. E le baracche –
una per cliente – che sene vanno
in fila indiana, con difficoltà,

dicevo, con un dannato sforzo…
e, dietro, gli alberi sul punto d’inciampare,
e le formiche sulle grucce giocattolo,
e il vento sulle grucce fantasma.

Non riesco a trovare pace qui intorno:
il pane sui suoi arti artificiali,
una bambola su una sedia a rotelle, senza testa,
e mia madre, proprio lei, che adopera i coltelli
come grucce mentre s’accoscia per pisciare.

Occhi cuciti con gli spilli

Quanto sodo lavori la morte
nessuno lo sa quanto lunga
sia la sua giornata.
Le stira la biancheria
il consorte lasciato a casa.
Le belle figlie
le apparecchiano la tavola per cena.
I vicini giocano
a pinnacolo in cortile
o bevono la birra
seduti sui gradini. E la morte
frattanto, in città,
in angoli remoti cerca
qualcuno con una brutta tosse,
ma l’indirizzo è, chissà perché, sbagliato,
nemmeno la morte può scovarlo
fra tutte quelle porte sprangate.
E comincia a cadere la pioggia.
l’aspetta una lunga notte di vento.
Non ha nemmeno un giornale
per coprirsi il capo, nemmeno
un gettone per chiamare chi si consuma,
l’uomo assonnato che piano si spoglia
e nudo si distende sul letto
dal lato che spetta alla morte.


 

 

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