IL PROFUMO CONVINCE PIÙ DELLE PAROLE. 10 PROFUMI DENTRO AI LIBRI
il profumo film capelli rossi
05 ottobre 2016

Ogni parola ha il suo odore, diceva Nietzsche, c’è un’armonia e disarmonia degli odori e dunque delle parole. Oggi vi elenchiamo 10 brani di 10 scrittori che hanno descritto un particolare profumo, perché sì, domani è il nostro compleanno e il 7 e 8 ottobre festeggiamo e una delle cose che troverete in Via Bogino 9, alla festa, sarà il percorso olfattivo di profumi letterari, creato da Laura Bosetti Tonatto: parole da leggere e da annusare.


1. Guy de Maupassant, Viaggio in Sicilia
Un alito continuo sale dalla foresta profumata, un alito che inebria la mente… Quell’odore che vi avvolge ad un tratto, che fonde la delicata sensazione dei profumi con la gioia artistica della mente, vi tuffa per alcuni secondi in un benessere del pensiero e del corpo che rasenta la felicità. (…) La Sicilia è il paese delle arance, del suolo fiorito la cui aria, in primavera, è tutto un profumo … Ma quello che ne fa una terra necessaria a vedersi e unica al mondo è il fatto che, da un’estremità all’altra, essa si può definire uno strano e divino museo di architettura.


2. Jonathan Franzen, Purity
Ma l’odore era stato anche uno splendore. Non fuori dall’aeroporto di Santa Cruz de la Sierra, dove le zaffate di merda di vacca proveniente dai pascoli vicini si mescolavano all’odorabile inefficienza di motori proibiti in California molto prima che Pip nascesse; non sulla Land Cruiser guidata con mano sicura da un boliviano taciturno, Pedro, fra i particolati del diesel sulla circonvallazione della città; non lungo la strada di Cochabamba, dove ogni mezzo chilometro l’ennesimo dosso artificiale brutalmente efficace le permetteva di annusare frutta marcia e roba fritta e di venire avvicinata dai venditori di arance e roba fritta che avevano installato i dossi; non nell’afa della strada polverosa dove Pedro svoltò dopo che Pip ebbe contato quarantasei dossi (rompemuelles, li chiamava Pedro, la prima parola nuova di Pip in spagnolo);  non quando raggiunsero un crinale e scesero lungo un viottolo più ripido di qualunque strada di San Francisco, sotto il sole di mezzogiorno che faceva evaporare le sostanze volatili dal rivestimento di plastica dei sedili e la benzina dalla tanica di riserva nel retro della Land Cruiser; ma quando la strada, dopo essersi immersa nella foresta asciutta e in un bosco più fresco in parte abbattuto per piantarvi il caffè, aveva finalmente raggiunto il fondovalle e costeggiato un ruscello fino a entrare in una valletta di una bellezza al di là di ogni immaginazione, allora aveva cominciato a essere uno splendore.


3. Charles Baudelaire, I fiori del male (Corrispondenze)
Profumi freschi come la pelle d’un bambino
vellutati come l’oboe e verdi come i prati,
altri d’una corrotta, trionfante ricchezza

che tende a propagarsi senza fine- così
l’ambra e il muschio, l’incenso e il benzoino
a commentare le dolcezze estreme dello spirito e dei sensi.


4. James Joyce, Ulysses
Mr Leopold Bloom mangiava con gran gusto le interiora di animali e volatili. Gli piaceva la spessa minestra di rigaglie, gozzi piccanti, un cuore ripieno di arrosto, fette di fegato impanate e fritte, uova di merluzzo fritte. Più di tutto gli piacevano i rognoni di castrato alla griglia che gli lasciavano nel palato un fine gusto d’urina leggermente aromatica.


5. Marcel Proust, Dalla parte di Swann
Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati maddalene, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicessitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta ? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della maddalena. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva ? Che senso aveva ? Dove fermarla ? Bevo una seconda sorsata, non ci trovo più nulla della prima, una terza che mi porta ancor meno della seconda. E tempo di smettere, la virtù della bevanda sembra diminuire. E’ chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. E’ stata lei a risvegliarla, ma non la conosce, e non può far altro che ripetere indefinitivamente, con la forza sempre crescente, quella medesima testimonianza che non so interpretare e che vorrei almeno essere in grado di richiederle e ritrovare intatta, a mia disposizione ( e proprio ora ), per uno schiarimento decisivo. Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità…retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più…ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi…All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio….”


6. Helen Macdoland, Io e Mabel
Il falco aveva riempito la casa con la sua selvatichezza come un mazzo di gigli riempie la casa con il suo profumo.


7. Lev Tolstoj, Anna Karenina
Levin guardò attorno e non riconobbe il luogo; tanto era cambiato tutto. Un enorme spazio del campo era stato falciato e brillava di uno splendore particolare, nuovo con le falciate che odoravano sotto i raggi obliqui del sole calante. E i cespugli intorno ai quali s’era falciato, vicino al fiume, e lo stesso fiume prima invisibile e ora risplendente d’acciaio nelle sue anse, e i contadini che si muovevano e si sollevavano e la parete erta dell’erba del campo non ancora falciato, e gli sparvieri che roteavano sul prato spoglio tutto questo era affatto nuovo. Risvegliatosi, Levin cominciò a considerare quanto era stato falciato e quanto ancora si poteva falciare nella giornata.


8. Erica Jong, Paura di volare
Il profumo del sesso è un potente afrodisiaco e certe ragazze ce l’hanno e altre, magari anche molto carine, no. Non ha tanto a che vedere con l’aspetto, quanto con l’odore…


9. Guido Ceronetti, Il silenzio del corpo
Le parti dov’è più odore sono quelle dove si raccoglie più anima. L’occhio, che è senza odore, è specchio, non anima. Aggiungere profumi al corpo è aggiungere anima o fingere di averne, se manca, una. Gli odori troppo forti ci sono diventati sgradevoli, perché l’eccesso d’anima è intollerabile a misura che l’animalità naturale è repressa e frenata dalla civiltà.


10. Patrick Süskind, Il profumo
Al tempo di cui parliamo, nella città regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame, i cortili interni di orina, le trombe delle scale di legno marcio e di sterco di ratti, le cucine di cavolo andato a male e di grasso di montone, le stanze non aerate puzzavano di polvere stantia, le camere da letto di lenzuola bisunte, dell’umido dei piumini e dell’odore pungente e dolciastro di vasi da notte. Dai camini veniva puzzo di zolfo, dalle concerie veniva il puzzo di solventi, dai macelli puzzo di sangue rappreso. La gente puzzava di sudore e di vestiti non lavati, dalle bocche veniva un puzzo di denti guasti, dagli stomaci un puzzo di cipolla e dai corpi, quando non erano più tanto giovani, veniva un puzzo di formaggio vecchio e latte acido e malattie tumorali. Puzzavano i fiumi, puzzavano le piazze, puzzavano 1e chiese, c’era puzzo sotto i ponti e nei palazzi. Il contadino puzzava come il prete, l’apprendista come la moglie del maestro, puzzava tutta la nobiltà, perfino il re puzzava, puzzava come un animale feroce, e la regina come una vecchia capra, sia d’estate sia d’inverno. Infatti nei diciottesimo secolo non era stato ancora posto alcun limite all’azione disgregante dei batteri i e così non v’era attività umana, sia costruttiva sia distruttiva, o manifestazione di vita in ascesa o in declino, che non fosse accompagnata dal puzzo.

E naturalmente il puzzo più grande era a Parigi, perché Parigi era la più grande città della Francia. E all’interno di Parigi c’era poi un luogo dove il puzzo regnava più che mai infernale, tra Rue aux Fers e Rue de la Ferronnerie, e cioè il Cimetière des Jnnocents. Per ottocento anni si erano portati qui i morti dell’ospedale Hôtel-Dieu e delle parrocchie circostanti; per ottocento anni, giorno dopo giorno dozzine di cadaveri erano stati portati qui coi carri e rovesciati in lunghe fosse; per ottocento anni in cripte e ossari si erano accumulati, strato su strato, ossa e ossicini. E solo più tardi, alla vigilia del1a Rivoluzione Francese, quando alcune fosse di cadaveri smottarono pericolosamente e il puzzo del cimitero straripante indusse i vicini non più a semplici proteste, bensì a vere e proprie insurrezioni, il cimitero fu definitivamente chiuso e abbandonato, e milioni di ossa e di teschi furono gettati a palate nelle catacombe di Montmartre, e al suo posto sorse una piazza con un mercato alimentare.

Qui dunque. nel luogo più puzzolente di tutto il regno, il 17 luglio 1738 nacque lean-Baptiste Grenouille. Era uno dei giorni più caldi dell’anno. La calura pesava come piombo sul cimitero e spingeva i miasmi della putrefazione, un misto di meloni marci e di corno bruciato, nei vicoli circostanti. La madre di Grenouille, quando le presero le doglie, si trovava all’esterno di un bugigattolo di pescivendolo in Rue aux Fers e stava squamando dei pesci bianchi che aveva appena sventrato. I pesci, pescati presumibilmente nella Senna la mattina stessa, puzzavano già tanto che il loro odore copriva l’odore dei cadaveri. Ma la madre di Grenouille non percepiva né l’odore dei pesci né quello dei cadaveri, perché il suo naso era in larghissima misura insensibile agli odori e a parte questo il suo corpo era dolorante, e li dolore soffocava ogni capacità di ricevere impressioni dall’esterno. Voleva una cosa sola, che il dolore finisse, voleva liquidare il più presto possibile quel parto disgustoso.


 

 

 

 

 

 

 

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