L’IPPOCENTAURO DI ERMANNO CAVAZZONI
ippocentauro definizione etimologia
22 settembre 2016

L’ippocentauro (cavallo con busto e testa di uomo) è un animale impossibile, dice Lucrezio (De rerum natura, V, 878), perché a vent’anni la parte umana sarebbe nel pieno della giovinezza, mentre la parte cavallina sarebbe già vecchia e morirebbe. Una faccia e un busto giovane, con una pancia e le gambe già macilente e decrepite. Ma non è un buon argomento, perché l’ippocentauro è così consolidato come animale fantastico che probabilmente ha una sua fisiologia intermedia tra l’uomo e il cavallo, e non c’è problema di rigetto di una parte per l’altra. Si tenga presente che essendo l’uomo innestato poco sotto l’ombelico, al posto dove ha il collo il cavallo, tutti gli organi interni sono ripetuti due volte, cosa peraltro che si dà anche nei gemelli siamesi. Nel caso dell’ippocentauro però il cervello è dell’uomo e l’apparato riproduttivo del cavallo. Essendo umano di mentalità non disdegna le femmine umane, infatti si danno casi frequenti di rapimenti, mentre non è mai giunta notizia che un ippocentauro andasse in un allevamento e montasse una giumenta in calore. E tuttavia tecnicamente questo caso sarebbe più facile. Si noti che non ci sono ippocentauri femmina, ma solo maschi. Dunque come si generano? È verosimile discendano dall’accoppiamento di uomo e cavallo: così come il mulo ad esempio viene dalla cavalla e dall’asino, è sempre femmina ed è sterile. Da ciò se ne deduce che essendo sempre maschio l’ippocentauro, sia figlio di una donna umana congiuntasi con un cavallo. E questo per la verità non è cosa infrequente, anche al giorno d’oggi fa parte dei sogni venerei femminili, di trastullarsi con un cavallo, allevarlo, accarezzarlo; mentre gli uomini è difficile si erotizzino con una cavalla, la quale infatti non figura nel repertorio della pornofilia corrente.

Dunque una donna ama un cavallo e si congiunge con lui. Dopo nove mesi nasce l’ippocentauro, il parto è difficile, la donna non sa come giustificarsi; il padre non è noto, scrivono in ospedale. Gli danno il cognome della madre. Dopo un solo giorno dal parto il piccolo ippocentauro galoppa già per i corridoi dell’ospedale, perché così fanno anche i puledri, sanno già camminare d’istinto dopo poche ore per seguire il branco nella steppa sconfinata. All’ospedale non sono abituati, però un ippocentauro bambino fa tenerezza e tenerlo in culla non è possibile, perché scalcia e balza fuori nitrendo. La madre lo allatta e non parla, conscia della sua colpa e della sua debolezza, e non sa neppure accusare un cavallo preciso. E d’altronde poi nessun cavallo mostrerebbe il sentimento paterno della responsabilità. Le mandano allora (alla madre) uno psicologo, ma lei piange e ripete: “Come ho potuto?” Le mandano un prete, che chiede se lo vuol battezzare. La madre dice: “È un essere mitologico, è meglio che cresca pagano”. Intanto l’ippocentauro galoppa in mezzo alle infermiere che son divertite, va su e giù per le scale, passa con gran rumore di zoccoli nella corsia dei lungodegenti, che però così stanno allegri, per quanto possono. La direzione vuole dimettere la madre e l’ippocentauro, soprattutto l’ippocentauro, perché non sono attrezzati alla mitologia e allo scalpitare di zoccoli. E così segue la triste storia dell’ippocentauro nel mondo moderno, per il quale non c’è un posto naturale nella classificazione zoologica, come nell’antichità, né un posto geografico; la Tessaglia, dove un tempo si dice vivesse, è oggi una regione amministrativa della Grecia, la quale fa parte dell’Unione Europea, tutta coltivata e con piccole industrie, turismo, tecnologia; perfino gli asini sono quasi scomparsi, e gli ultimi muli li ha dismessi l’esercito. Ci sono gli animali selvatici, ma sono numerati anche loro, censiti; un ippocentauro non può essere abbandonato nel parco del Gran Paradiso ad esempio, tenuto anche conto che è un animale meridionale; e poi parla, ragiona, nella tradizione gli ippocentauri fanno i pedagoghi; Chirone è stato maestro di Esculapio, e gli ha insegnato musica, medicina, chirurgia; e poi maestro d’Achille. Nel mondo d’oggi un ippocentauro farebbe il pedagogista; però sarebbe una pena, tenerlo seduto a una cattedra, e inoltre sono anche stati un simbolo d’ira, con tendenza a bere e alle risse. Invitati a un pranzo di nozze dai Lapiti, si legge in Omero (Odissea, XXI, 295 ecc.), hanno bevuto troppo e hanno incominciato ad offendere, infastidire le donne, menare le mani. Così un ippocentauro messo seduto a fare il pedagogista, scalpiterebbe con il suo di dietro; un pedagogista deve essere comprensivo, metodico, interculturale; un ippocentauro si presenterebbe ubriaco, calci a destra e a sinistra, come metodo suo pedagogico, e poi urla, nitriti, cacche in giro, mosche, tafani, liti coi direttori didattici, tradizionalmente gli ippocentauri hanno arco e frecce; ebbene: i direttori didattici inseguiti a colpi di frecce, e così un eventuale ispettore ministeriale. Nel mondo moderno non c’è posto per loro; già non c’era posto nella Roma antica, cioè erano già una rarità, Plinio dice di averne visto uno conservato nel miele, mandato a Roma dall’Egitto come cosa introvabile e meravigliosa. Poi se ne sono visti nell’inferno di Dante (canto XII, 56 ecc.) come esempio dell’iracondia. Poi? Poi sono spariti. Le donne non si accoppiano più con i cavalli, e se succede, interrompono la gravidanza, su consiglio anche del servizio sanitario sociale.

L’ippocentauro sembra avesse una voce un po’ umana e un po’ cavallina, tutta esplosiva e nitrente; ce l’hanno uguale certi presidi antiquati di scuola media, che gridano in latino mentre la classe è in tumulto, prendono uno per l’orecchio e gli gridano dentro l’orecchio: spero, promitto, iuro… reggono l’infinito futuro.


 

L’ippocentauro è tra gli animali straordinari di cui Ermanno Cavazzoni leggerà a Torino Spiritualità. Gli animali infraordinari sono invece materia di Paolo Nori, Leo Ortolani ne racconta e disegna. L’appuntamento è giovedì 29 settembre, ore 18.30 al Circolo dei lettori. E se volete sapere come parlano i tacchini, leggete qui.

Con il contributo di Giubileo per la Cultura

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