STRANE COSE LE FACCE DEI POETI. WYSTAN HUGH AUDEN RACCONTATO DA IOSIF BRODSKIJ
WH Auden Poeta faccia
16 agosto 2016

Il meno che si possa dire è che ogni individuo dovrebbe conoscere almeno un poeta dalla prima all’ultima pagina: se non per prenderlo a guida nel viaggio attraverso il mondo, almeno per avere un metro con cui misurare il linguaggio.

È Iosif Brodskij a scriverlo, in Fuga da Bisanzio (Adelphi) e il poeta da lui scelto – la più grande mente del ventesimo secolo – è Wystan Hugh Auden. Il poeta, saggista e drammaturgo russo, Premio Nobel per la letteratura nel 1987, dedica al poeta di York un bellissimo saggio dal titolo Per compiacere un’ombra in cui racconta la ricerca e l’incontro, prima attraverso le pagine delle antologie, poi grazie alle fotografie, e infine quello vero, fisico, quando conobbe Auden.

Se non avete mai incontrato e letto questo poeta, di sicuro l’avete sentito leggere: vi ricordate la fine di Quattro matrimoni e un funerale? Gareth è morto, gli amici sono tutti al suo funerale, e Matthew, il suo compagno, recita una poesia di Auden che comincia così:

Fermate gli orologi, tagliate i fili del telefono
e regalate un osso al cane, affinché non abbai.
Faccia silenzio il pianoforte, tacciano i risonanti tamburi,
che avanzi la bara, che vengano gli amici dolenti.

È Funeral blues. Ma torniamo a Brodskij.
Il suo primo incontro con Auden avviene in Russia, più o meno all’inizio degli anni ’60. Legge alcune sue poesie contenute in un’antologia di poeti inglesi contemporanei, le traduzioni sono fiacche, si aiuta con un dizionario. Racconta che in Russia, negli Anni 60, circolavano molte antologie: le lasciavano gli studenti arrivati per scambi culturali, le vendevano le librerie di seconda mano. In una di queste Brodskij trova una fotografia di Auden. Aveva bisogno di vederlo: Si va sempre brancolando alla ricerca di una faccia – scrive – si desidera sempre che un ideale si materializzi, e a quel tempo Auden non era molto lontano dal rappresentare un ideale. Si chiedeva che faccia dovesse avere un poeta che si divertiva a tradurre verità metafisiche nel linguaggio pedestre del senso comune e quando ne vede un’altra – nell’antologia che gli dà Nadežda Mandel’štam, vedova di Osip Mandel’štam – gli è tutto chiaro:

Auden era in piedi con l’aria di essere stato colto di sorpresa, come un passante qualsiasi, con le sopracciglia inarcate nello stupore. Gli occhi, però, erano terribilmente calmi e acuti

Brodskij non intravede niente di specificamente poetico in quel viso. Niente di ironico o romantico o feritoÈ una faccia ben preparata a tutto, quella di Auden. E allora va a definirlo, a dirci qual è stato il suo ruolo, all’interno della società, qual è il ruolo di un poeta nella società: non è quello di diagnostico dei mali o di commentatore dei fatti.

Questo poeta si aggirò tra i casi gravi del mondo non già in veste di chirurgo, ma come un’infermiera, e ogni paziente sa che sono le infermiere, alla fine, non le incisioni del bisturi, a rimettere in piedi la gente. (…) Né un medico né un angelo, né – meno che mai – la persona amata o un parente ti diranno parole simili nel momento della tua definitiva sconfitta: solo un’infermiera o un poeta può dirle, per esperienza e insieme per amore.

All’epoca Brodskij non sapeva nulla della vita privata di Auden. Conosceva le sue poesie e la sua faccia, attraverso le fotografie. Non sapeva della sua omosessualità né del matrimonio di convenienza. E comunque il mondo gli sembrava più accettabile, perché da qualche parte, laggiù, c’era quella faccia. Quella di un poeta che, come un’infermiera, cura attraverso il tono della voce. Il tono delle parole che fanno la poesia.

Strane cose le facce dei poeti, scrive Brodskij. Dopo aver letto una parte considerevole dell’opera di qualcuno ti viene voglia di sapere com’è fatto. La convinzione di Brodskij, dopo aver letto versi come quelli di Auden, è che dietro questi versi non sta un autore in carne e ossa, bensì la vita stessa: Ed ecco la cosa che ti piacerebbe incontrare; la cosa con cui ti piacerebbe stabilire una prossimità umana.

È successo, Brodskij ha finalmente conosciuto Auden. La prima volta lo subissa di domande che hanno tutte la stessa formula: Mr. Auden, che cosa ne pensa di, anche perché era l’unica frase che all’epoca riusciva a pronunciare in inglese senza errori. Auden desidera esser chiamato per nome, Brodskij si rifiuta poi deve cedere. Leggono le loro poesie insieme, alla Queen Elizabeth Hall di Londra. Alla fine del saggio Per compiacere un’ombra Brodskij racconta un aneddoto:

Lo vidi per l’ultima volta a Londra nel luglio del 1973. Wystan, seduto a tavola con una sigaretta nella destra e un bicchiere nella sinistra, dissertava sul tema del salmone freddo. Poiché la sedia era troppo bassa, la padrona di casa provvide a infilargli sotto la persona due squinternati volumi dell’Oxford English Dictionary. Pensai allora che davanti ai miei occhi stava l’unico uomo che avesse il diritto di usare quei volumi come sedile.


Funeral Blues

Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforte, e tra un rullio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.

Incrocino aeroplani lamentosi lassù
e scrivano sul cielo il messaggio Lui È Morto,
allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,
i vigili si mettano guanti di tela nera.

Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l’amore fosse eterno: e avevo torto.

Non servon più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco;
perché ormai più nulla può giovare.


 

Il libro:
Iosif Brodskij, Fuga da Bisanzio


Iosif Brodskij Fuga da Bisanzio copertina

Il Blog  del Circolo