Wisława Szymborska e la libertà di leggere
13 maggio 2016

Si parla tanto intorno al libro in questi giorni di Salone, e così abbiamo scelto di raccontarvi che cosa ne pensa dell’atto del leggere una poetessa. A lei è dedicato anche un festival, dal 12 al 14 maggio nei dei palazzi storici del Comune e dell’Università di Bologna.

Leggere è un lavoro impegnativo e – come le esperienze migliori della vita – ci offre qualcosa di importante e gratificante, difficile da mettere in parole. E quando le parole non si trovano ecco che arrivano in aiuto i poeti come Wisława Szymborska, premio Nobel, capace di articolare ciò che sembra ineffabile.

Szymborska confessa di essere all’antica: i libri, a suo dire, sono il passatempo più glorioso che l’umanità abbia concepito. Certo ci sono feste e balli, vari rituali inventati per trascorrere il tempo: senza questi rituali la vita sarebbe davvero monotona. Ma sono tutte attività di gruppo. Con un libro, invece, l’uomo è libero. Libero com’è capace di essere. Il libro è creato dall’uomo per alimentare la sua stessa curiosità.

Infatti il libro è qualcosa che si dà e con il quale l’uomo può fare ciò che vuole. Non finirlo, leggerlo velocemente, per esempio, esercitare la propria libertà. Imparare o non farlo, rileggere. Tornare indietro. Ridere al momento sbagliato. Sottolineare il passo che l’accompagnerà per tutta la vita. Il libro è così.

E  i libri, secondo Szymborska, hanno una funzione peculiare: servono anche a conoscere la paura. Tutti abbiamo bisogno di provare emozioni, da adulti ma anche da bambini, di sperimentarle e di imparare da esse.

I racconti per l’infanzia servono a questo, tutti gli esseri soprannaturali e mostri magici, creature selvagge, fanno fraternizzare con ciò che c’è di sconosciuto, che si nasconde dentro. L’autore che la poetessa cita è Andersen: lui sì che ha preso sul serio i bambini. Perché parla loro non solo delle gioie della vita, ma anche delle sue miserie e dolori, delle sconfitte spesso immeritata. Ha avuto il coraggio di scrivere storie dal finale infelice.

 

 

 

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