Joan Didion, a love song
07 settembre 2015

Per il Saggiatore è uscito The White Album, seguito di Verso Betlemme (sempre il Saggiatore 2008). Lucida, elegante, meravigliata, Joan Didion ci racconta l’America e lo fa intrecciando la propria vita ai fatti di cronaca. Assiste alla registrazione di un disco dei Doors seduta per terra, più o meno interessata. Incontra Huey Percy Newton. Ricollega i fili dell’omicidio di Sharon Tate. Intrattiene fitte discussioni sull’importanza dell’acqua. Ritrae Doris Lessing. E fa tutto questo, e molto altro, con uno stile limpido e uno sguardo originale.
Se non la conoscete, qui ci sono le 10 cose che non potete non sapere su di lei.
Qui, invece, c’è un approfondimento, sempre di Cristiano De Majo, che mette in luce il tratto saliente di questa scrittrice: Joan Didion è stata capace di raccontare le cose che ha visto senza mai mettersi al di sopra di esse.
Di seguito, un brano del suo “album bianco” (pp. 32-34) da leggere, volendo, ascoltando questa canzone qui.

DA METTERE IN VALIGIA:
2 gonne
2 maglie o calzamaglie
1 pullover
2 paia di scarpe
Calze
Reggiseno
Camicia da notte, vestaglia, pantofole
Sigarette
Bourbon
Borsa con: shampoo, spazzolino da denti e dentifricio,
sapone neutro, rasoio, deodorante, aspirina, sonniferi, Tampax,
crema idratante, cipra, baby oil

DA PORTARE A MANO:
Copertina di mohair
Macchina da scrivere
2 blocchi per gli appunti e penne
Cartellette
Chiavi di casa

Questa è la lista che era fissata con il nastro adesivo all’interno dell’anta del mio armadio a Hollywood negli anni in cui facevo reportage più o meno regolarmente. La lista mi permetteva di preparare la valigia, senza pensarci, per qualsiasi servizio stessi per fare. Notare il voluto anonimato dell’abbigliamento: in gonna, body, e calze, passavo l’esame in tutti gli ambienti della cultura. Notare la copertina di mohair per i voli di linea a lunga percorrenza (il che significava niente coperte) e per la stanza d’albergo in cui non si poteva spegnere l’aria condizionata. Notare il bourbon per la stessa stanza d’albergo. Notare la macchina da scrivere per l’aeroporto, tornando a casa: l’idea era restituire l’auto a nolo della Hertz, fare il check in, trovare una panchina vuota, e cominciare a battere gli appunti della giornata.
Dovrebbe essere chiaro che questa era una lista stilata da una persona che teneva in gran conto il controllo, agognava lo slancio, una persona decisa a interpretare il suo ruolo come se avesse la sceneggiatura, sentisse le sue chiamate, conoscesse la trama. Sulla lista c’è un’omissione significativa, un oggetto che mi serviva e non avevo mai: un orologio. L’orologio non mi serviva durante il giorno, quando potevo accendere l’autoradio o chiedere a qualcuno, ma la sera, al motel. Capitava spesso che chiedessi l’ora alla reception ogni mezz’ora circa, finché, vergognandomi di chiedere, chiamavo Los Angeles e interpellavo mio marito. In altre parole, avevo gonne, maglie, calzamaglie, pullover, scarpe, calze, reggiseno, camicia da notte, vestaglia, pantofole, sigarette, bourbon, shampoo, spazzolino da denti e dentifricio, sapone neutro, rasoio, deodorante, aspirina, sonniferi, Tampax, crema idratante, cipria, baby oil, copertina di mohair, macchina da scrivere, blocco per gli appunti, penne, cartellette, e una chiave di casa, ma non sapevo che ore erano. Questa potrebbe essere una parabola, o della mia vita come reporter di questo periodo, o del periodo stesso.

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